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Perché dedicare una giornata alla lotta contro i disturbi alimentari?

“La fame non è l’appetito. O almeno non solo. Perché non è solo il bisogno di cibo che si può provare dopo un periodo senza alimentazione. Non è solo una sensazione che aumenta con il tempo. Che può diventare dolorosa. Che può trasformarsi in malnutrizione. La fame può essere anche una lotta. Un tira e molla quotidiano. Una sfida. (Michela Marzano, Volevo essere una farfalla)

15 marzo 2021: decima giornata nazionale del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare (DCA). Perché la necessità di istituire un momento dedicato completamente a queste subdole malattie? Non si tratta semplicemente di un promemoria, e non c’è un’unica risposta a questa domanda, ma molteplici motivi, tra cui il tentativo di diffondere le giuste informazioni riguardo i DCA, smentendo errate convinzioni appartenenti alla maggioranza delle persone, e il voler dare voce a chi ne soffre.

Certo, su internet si possono trovare alcune indicazioni, ma nella gran parte dei casi si tratta di categorizzazioni, o di elenchi riguardanti sintomi che si possono eventualmente riconoscere, oppure di numeri: quante persone ne soffrono, la loro età media, le percentuali di donne o uomini, purtroppo il tasso di mortalità, e altri dati statistici. Sicuramente informazioni molto utili, ma non nel momento in cui ci si rapporta con chi si trova imprigionato nel disturbo prima ancora di rendersene conto, cosa che succede più spesso di quanto si creda. È proprio questo il punto da cui partire per comprendere l’importanza della giornata del fiocchetto lilla: la necessità di colmare grandi lacune relative all’argomento, in modo tale da trasmettere maggiori informazioni, più adatte, e fornire sostegno a chiunque ne abbia bisogno.

A seguire, quindi, non saranno né elencate né specificate le differenziazioni dei DCA o i loro segnali, perché prenderemo in considerazione principalmente la sfera emotiva. Troppo spesso ci si focalizza sulle categorizzazioni, rischiando di cadere anche in pericolosi giudizi come “questo disturbo è più grave dell’altro”, dimenticando che dietro a ognuno di essi si trova un disagio (di qualsiasi tipologia) espresso attraverso il rapporto con il cibo, e che, specificazione importante e non sempre scontata, questi disturbi sono tutti ugualmente validi.

Una delle fondamentali finalità di questa ricorrenza è la sensibilizzazione di più persone possibili: le informazioni più diffuse riguardo ai DCA, come detto precedentemente, sono innegabilmente utili, ma mancano di un punto fondamentale: cosa significa soffrire di un disturbo alimentare. La conoscenza dei DCA è appunto generalmente molto ridotta, e per la gran parte superficiale, motivo per cui, quando ci si trova di fronte ad una persona che ne soffre, si cade frequentemente nei soliti luoghi comuni, rischiando di peggiorare la situazione. Un esempio? Il tipico: “Soffri di un disturbo alimentare? Ma come, non si vede!” No, non si vede. O meglio, può vedersi in certe situazioni, ma se non è così non significa che non esista, anzi: gran parte delle volte, la stretta gabbia che impedisce di vivere è invisibile agli occhi esterni, motivo in più per cui sarebbe opportuno evitare giudizi e commenti, anche se si crede siano innocenti considerazioni. L’apparenza, soprattutto in queste situazioni, non conta: le ripercussioni fisiche visibili non sono il nucleo del problema, sono la conseguenza di qualcosa di molto più grande, di una storia estremamente personale. Molti purtroppo sono convinti del contrario perché l’esteriorità è la prima ad essere notata, ma è necessario andare oltre, superare l’ostacolo della facciata, comprendere e, solo dopo, parlare.

Tutto ciò non è importante “solo” per evitare di ferire chi sta vivendo quest’incubo, ma anche per impedire ulteriori diffusioni dell’idea che fino ad un certo punto non si è “malati abbastanza” per chiedere aiuto, portando chi ne soffre a credere di dover peggiorare la propria condizione per meritare sostegno, con conseguente rischio della vita. L’ignoto punto in cui si pensa di dover arrivare per poter rivolgersi a specialisti non si raggiunge mai, ma si allontana sempre di più.

Ricordare a chi soffre di un DCA che non è solo è l’altro importante scopo del 15 marzo. Dato che non se ne parla spesso e lo si considera ancora un argomento tabù circondato da un alone di mistero, chi ne soffre tende a tenerselo per sé il più possibile a causa della vergogna e dell’imbarazzo nel parlarne, del timore di non essere capiti, e della paura di essere giudicati, come se si fosse colpevoli del circolo vizioso in cui si è entrati. L’aiuto degli altri, in particolare di specialisti, in queste situazioni è indispensabile: è importante avere punti di vista esterni consapevoli in modo tale da poter modificare il proprio, imposto dalla condizione in cui ci si trova, che prospetta un’unica via: l’autodistruzione.

Dedicare una giornata a questo tema significa da una parte diffondere le giuste informazioni, incoraggiare a chiedere sostegno, a parlare, a raccontare cosa vuol dire sopravvivere (non si può definire vivere) in una bolla che separa completamente dal mondo esterno, guardato passivamente, senza partecipare, perché presenti solo nella lotta contro se stessi, che sembra non finire mai. D’altra parte, però, significa anche cercare di trasmettere l’idea che sì, per quanto inizialmente sia difficile crederci, è possibile uscirne, la bolla può scoppiare, si può tornare a vivere, a vedere la luce e godersi la vita, perché “Accanto all’abisso c’è sempre un ponte. Un filo sottile che separa il riso dal pianto. L’odio dall’amore. La morte dalla vita. Basta saperlo afferrare e non mollare mai, qualunque cosa succeda.” (Michela Marzano, Volevo essere una farfalla)

Vorrei infine concludere con un paio di consigli (alcuni libri e siti dove trovare ulteriori informazioni) che possono essere d’aiuto innanzitutto a chi soffre di un disturbo alimentare, per sentirsi meno solo e più compreso, poi a chi lo affianca, per cogliere al meglio le sue emozioni, infine semplicemente a chi è curioso di saperne di più.

Libri riguardanti specificatamente l’argomento dei DCA, trattato attraverso la storia personale delle autrici (forse il modo più efficace per entrare in connessione con chi ne soffre):

  • Volevo essere una farfalla, Michela Marzano
  • Una vita sottile, Chiara Gamberale

Libri che, sebbene non parlino direttamente di questi disturbi, possono aiutare chi legge grazie agli argomenti che trattano: il primo riguarda la forza della fragilità (ma non solo), il secondo il vissuto della scrittrice che ha sofferto di ansia, panico e depressione.

  • L’arte di essere fragili, come Leopardi può salvarti la vita, Alessandro D’Avenia
  • Parla, mia paura, Simona Vinci

Per concludere, alcuni siti e pagine Facebook dove trovare informazioni che vadano oltre ai numeri e ai “sintomi standard”, e che aiutino sia coloro che soffrono di disturbi alimentari, che chi li affianca, a comprendere meglio:

  • “Associazione fenice onlus” dove si possono trovare, oltre ad informazioni utili, racconti e descrizioni di coloro che sono in cura al DCAP (centro per disturbi alimentari di Portogruaro, il più grande in Veneto) riguardanti ciò che si prova ad avere un disturbo alimentare.
  • “Mi nutro di vita”, associazione creata proprio per la lotta contro i disturbi alimentari, istitutrice della giornata del fiocchetto lilla.

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