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I migliori talenti d’Italia per la scuola: Teach for Italy

Intervista ad Andrea Pastorelli

Per la rubrica “Cara, vecchia scuola”, del collettivo Un’Altra Scuola

I pochi, pazienti lettori che ancora seguono questa lunga rubrica ricorderanno forse che nell’intervista di dicembre Francesco Olivanti, membro di Tortuga, ci aveva raccontato di essere anche un ricercatore per l’associazione Teach For Italy, che conta fra i membri del suo direttivo nientemeno che il direttore della fondazione Agnelli, Andrea Gavosto. La settima puntata di “Cara vecchia scuola” ha avuto come ospite Andrea Pastorelli, il direttore generale di Teach for Italy, che ci ha parlato di questa ONG, del contributo che essa sta dando alla risoluzione dei problemi della nostra scuola, e ha concluso con un invito a tutti i lettori a candidarsi per un’opportunità davvero eccezionale… 

Vorrei iniziare chiedendoti di presentare Teach For Italy: chi siete, quali sono i vostri metodi e i vostri obiettivi?

Il nostro obiettivo è proprio in linea con questa rubrica, perché anche noi vogliamo un’altra scuola, una scuola diversa.

Il nostro modello è quello di Teach For All, un’organizzazione presente in 60 Paesi del mondo, fondata da Wendy Kopp. Negli anni Novanta, mentre frequentava l’ultimo anno a Princeton, questa donna fantastica si rese conto di una cosa: molti universitari come lei avrebbero voluto fare altri tipi di esperienze, anziché buttarsi subito in una carriera nel settore privato – settore che attirava naturalmente i migliori laureati delle università americane. L’idea brillante su cui scrisse la tesi di laurea – dalla quale tutto è partito – fu Teach For America, una rete nazionale che indirizzasse i migliori giovani talenti verso l’insegnamento. In pochi anni ebbe un enorme successo, prima in America, poi in Gran Bretagna, in India, in Cina, fino a diventare un modello internazionale.

Noi in Italia siamo attivi da due anni: cerchiamo i migliori giovani talenti italiani, chi ha sempre voluto insegnare ma soprattutto chi non avrebbe mai pensato di farlo, e li convinciamo a dedicare due anni della loro vita ad insegnare nelle scuola più svantaggiate del nostro Paese. La nostra missione è quella di avere un impatto positivo su di esse inserendo al loro interno persone giovani, motivate, piene di energia, che hanno scelto questo percorso, hanno ricevuto da noi una formazione intensiva per imparare come insegnare e vengono poi seguiti da vicino, per due anni, nella loro crescita personale e professionale. Nel breve periodo il nostro scopo è quello di contrastare le disuguaglianze educative che emergono nei contesti più svantaggiati. 

Nel lungo periodo invece abbiamo un obiettivo molto più ampio: cambiare il sistema – anzi, “l’ecosistema” educativo italiano. Noi vogliamo che tra vent’anni ci siano centinaia di questi giovani talenti che avranno scelto di rimanere in questo “ecosistema”, non necessariamente come insegnanti, ma magari come dirigenti scolastici, provveditori, a lavorare nel Ministero, nelle politiche e ricerche pubbliche sull’istruzione, in start-up educative, per creare un movimento di futuri leader che vogliono cambiare il mondo dell’istruzione; che vogliono vedere un’altra scuola.

Noi di Un’Altra Scuola non potremmo essere più d’accordo: il nostro obiettivo è proprio informare e sensibilizzare, soprattutto i giovani, sull’importanza della scuola per la società. Nel vostro sito, a proposito, parlate spesso della scuola come “ascensore sociale”: che cosa s’intende?

Non se ne parla molto, ma l’Italia è oggi tra i Paesi ad alto reddito con le disuguaglianze economiche più marcate. Questo si riflette in particolare sulle disuguaglianze educative, che sono gravissime, persino in crescita. La percentuale di abbandono scolastico precoce ad esempio è 7 punti sopra la media europea, e quasi il 30% dei giovani italiani sono definiti NEET (Not in Education Employment or Training). Ciò significa che una grossa fetta della generazione che dovrà guidare il Paese non sta pianificando nulla per il futuro, proprio in un momento in cui il Paese ha profondamente bisogno di tutte le risorse a disposizione. È una perdita che non ci possiamo permettere.

Ma il dato più eclatante è che oggi, su 100 bambini che hanno appena iniziato la scuola, tra quelli che hanno entrambi i genitori non laureati, solamente 8 arriveranno alla laurea; tra coloro che hanno invece almeno un genitore laureato, alla laurea arriveranno in 65. Questo vuol dire che viviamo ancora in un Paese in cui se provieni da una famiglia istruita – cioè che ha avuto certe opportunità – avrai delle opportunità; altrimenti, molte strade ti saranno precluse. Questa è la nostra bussola: vogliamo un Paese in cui la situazione socio-economica da cui provieni non determini il tuo futuro.

In che modo, secondo te, queste disuguaglianze educative sono prodotte dal sistema scolastico? 

La prima causa delle disuguaglianze è il fatto che l’Italia ha smesso di investire sull’istruzione, sia sul piano economico che sociale. Siamo tra i Paesi dell’OCSE che spendono meno sulla scuola e soprattutto sull’università; da almeno 15 anni tutti lo sanno e continuano a ripeterlo, eppure nessun governo ha risolto il problema. Anche la società ha smesso di investire sull’educazione; una narrativa che spero stia cambiando direzione da quando la pandemia ha riportato la scuola dentro le case di tutti, facendo forse capire anche a chi di scuola non si occupa tutti i giorni quanto essa sia importante per una società che funzioni.

Serve il coraggio di fare riforme serie e sistemiche, per allineare la scuola italiana, ancora oggi troppo simile a quella degli anni Trenta e Quaranta, al mondo in continuo e sempre più rapido cambiamento. La stragrande maggioranza degli attuali insegnanti di ruolo sono entrati ormai venti o trent’anni fa, sulla base di criteri e competenze completamente diversi da quelli di cui abbiamo bisogno oggi. È anche per questo che da anni si parla di didattica innovativa, classi non frontali, strategic e critical thinking, ma su questo fronte non si è ancora mosso molto. 

Ma più di tutto, rispetto ad altri Paesi più coraggiosi, ha pesato la reticenza ad affrontare la necessità di ripensare l’intero sistema, mettendo al centro una sola cosa: il futuro del Paese. Il nostro futuro sono gli studenti, e la scuola deve dare loro ciò di cui avranno bisogno per affrontare il mondo completamente nuovo che si troveranno di fronte quando, fra dieci o quindici anni, dovranno ad esempio trovare lavori che oggi nemmeno esistono. Il covid, come la transizione ecologica e digitale, sono fattori che non fanno che accelerare questo cambiamento, già però in atto da tempo; se ci rifiutiamo di vederlo, le nostre disuguaglianze non potranno che aumentare. 

La vostra associazione si caratterizza da un lato per la scelta di puntare sulla formazione di poche eccellenze, che oltre ad avere un impatto nel breve termine si facciano motrici di un cambiamento più ampio; dall’altro, proprio per il fatto di essere una ONG, quindi un attore “esterno” rispetto al sistema politico e amministrativo che prende le decisioni più dirette sul sistema scolastico. Quali sono le ragioni di queste vostre scelte?

Noi siamo un ente esterno che però lavora insieme al Ministero dell’Istruzione e a tutte le organizzazioni parte dell’ecosistema educativo. La scuola non è solo la classe in cui si fa lezione; per renderla un “ascensore sociale”, come recita il titolo di un famoso libro americano, It takes a village, cioè “ci vuole un intero villaggio”, e noi facciamo parte di questo villaggio. 

Non possiamo né vogliamo rimpiazzare lo Stato, cui spetta il compito di formare i più di 800.000 insegnanti in questo Paese. Quello che possono fare le associazioni è incentivare il sistema a cambiare e migliorarsi condividendo buone pratiche. Tra i 60 Paesi della nostra rete molti hanno trovato delle soluzioni alternative fantastiche, durante la pandemia, come quelle usate in India per raggiungere milioni di docenti, o in Kenya per fare lezione all’aperto.

Chiaramente abbiamo un’idea ben precisa di come vorremmo migliorare la formazione degli insegnanti in Italia, a partire dai concorsi, che attualmente forniscono ben poche garanzie sulle vere capacità educative degli insegnanti e comunque sono la via d’accesso alla scuola solo per una minoranza, mentre molti entrano senza avere alcuna formazione né selezione alle spalle. Ciò che noi possiamo fare è iniettare all’interno del sistema un piccolo numero di giovani talenti altamente formati e con un obiettivo preciso: contrastare le diseguaglianze educative e innovare il sistema. Un esempio fra i tanti segnali di leadership nati nella nostra rete internazionale è un giovane fellow di Madrid il quale, avendo sperimentato l’arretratezza dei metodi di insegnamento della matematica nelle scuole in cui aveva lavorato, ha creato una start-up in California che sta rivoluzionando il modo in cui si insegna questa materia negli Stati Uniti. 

Perché per voi è così importante formare futuri “leader” non solo della scuola, ma di qualsiasi ambito della società, che continuino a impegnarsi contro le diseguaglianze educative?

Perché, come dicevo prima, “it takes a village”. Ci sono tantissimi esempi di scuole e insegnanti virtuosi e tantissimi studenti ogni anno escono dalla scuola italiana con un livello più alto, a volte molto più alto che in altri Paesi. Ma sono tanti, troppi coloro che il sistema invece lascia indietro, e per migliorarlo c’è bisogno innanzitutto di una rete trasversale di persone che abbiano fatto esperienza di questi problemi sulla propria pelle. Perché il miglioramento della scuola non dipende solo dal ministero dell’istruzione; puoi avere i migliori ministri del mondo, miliardi di euro a disposizione, il doppio dei docenti, ma se non si comprende davvero qual è il problema e non si hanno idee nuove per risolverlo, l’outcome sarà sempre lo stesso. 

Vorrei chiudere questa intervista con un invito, a chi ci ascolta o ci legge, a considerare la splendida opportunità del percorso che voi offrite.

Colgo questo tuo assist per fare una call: le candidature per la fellowship 2021 saranno aperte fino ai primi di maggio, quindi avete ancora quasi due mesi per aderire al nostro programma. Nel sito trovate la pagina per inviare la vostra candidatura: i requisiti sono una laurea magistrale, la disponibilità di trasferirsi in un’altra regione italiana e soprattutto la volontà di intraprendere questo bellissimo percorso insieme a noi. Grazie per quest’opportunità di parlare di Teach For Italy e non esitate a contattarci per qualsiasi domanda! 

Potete trovare il podcast completo dell’intervista sulle pagine social di Un’Altra Scuola o nell’archivio di Sanbaradio, a questo link.


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