Le Nuove Vie della Seta ovvero l’Italia nelle spire del Dragone

Presentata all’opinione pubblica globale nel 2013 dal Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping, la Belt and Road Initiative (BRI), ribattezzata dai giornali italiani come “la Nuova Via della Seta” sebbene siano più d’una, addirittura sei, che si diramano lungo tre passaggi terrestri ed un corridoio marittimo rappresenta un mastodontico investimento del Dragone, pronto a finanziare con oltre 1000 miliardi di dollari delle infrastrutture che, dal Pakistan sino al Gibuti, dall’India a Trieste, porteranno ad un (ancor più) capillare radicamento della presenza cinese sulla superficie marittima e terrestre dell’intero globo. Progetto economicamente ambizioso, politicamente astuto, perché mezzo di espansione di un soft power che, già ampiamente diffuso nel sud-est asiatico e nel continente africano (in Gibuti la Cina ha stabilito la sua prima base militare all’estero in funzione, vedi cartina), la BRI è stata sin dall’inizio fonte di preoccupazione per diversi paesi che, capitanati da Giappone, Regno Unito e Stati Uniti, hanno espresso la propria contrarietà al progetto: il rischio, molto concreto, è che il baricentro economico mondiale si sposti verso Est. 

E tuttavia, sebbene proprio l’italiano (allora) Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, in occasione di un incontro, avvenuto il 28 febbraio 2019, organizzato dall’Istituto per il Commercio Estero a New York con i rappresentanti delle imprese italiane presenti negli Stati Uniti, in particolare nella East Coast, avesse definito la Cina un “avversario commerciale” per gli Usa e l’Europa tutta, è stata proprio l’Italia, a meno di un mese di distanza, ad impegnarsi, prima fra i Sette Grandi, con la firma di tre Memorandum d’Intesa sottoscritti dall’ex Vice Presidente del Consiglio e (tuttora) Ministro degli Esteri Luigi Di Mario e dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi sulla Belt and Road Initiative, sul Commercio elettronico e sulle Startup[1], alla presenza dell’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del Presidente della Repubblica Popolare Xi Jinping. La scelta dell’Italia di aderire al progetto cinese nasce “dalla necessità di riequilibrare la bilancia commerciale con la Cina che vede ad oggi un deficit per l’Italia vicino ai 18 miliardi di dollari”, scriveva Il Sole 24 Ore citando le parole di Conte: il Memorandum ha infatti “fornito la cornice giuridica a 29 accordi tra aziende italiane e cinesi per almeno 7 miliardi di euro”.

 Ad essere accolta con particolare interesse, poi, come ebbe modo di dichiarare Barbara Lezzi, allora ministro per il Sud, l’attenzione manifestata dalla Cina nei confronti del Sud Italia, Calabria e Sicilia in particolare, da Xi Jinping prima, nel corso della seconda ed ultima tappa del suo viaggio in Italia, a Palermo e dall’ambasciatore della Repubblica Popolare in Italia Li Ruiyu poi, durante il convegno, svoltosi nel maggio del 2019 al Senato, sul “Partenariato Italia-Cina nella Nuova Via della Seta”. Durante la visita a Palermo città natale del Presidente della Repubblica Mattarella, che aveva a sua volta visitato, nel corso di una missione in Cina nel 2017, la provincia dello Shaanxi, di cui è originaria la famiglia di Xi Jinping in particolare, Xi  aveva parlato della volontà di incrementare i flussi turistici verso il capoluogo siciliano e l’isola tutta: una promessa economicamente allettante, simbolicamente ricca di valore, in attesa della ricorrenza dei cinquant’anni di relazioni diplomatiche e commerciali tra i due Paesi, nel 2020, ed in parte concretizzata quando, nell’agosto dello stesso anno, la Sicilia e l’agenzia online cinese Ctrip.com hanno siglato un’intesa per aumentare il flusso di turisti sull’isola[2]. Tuttavia, per una tragica beffa, a poco meno di due settimane dalla concomitante celebrazione dell’Anno della cultura e del turismo Italia-Cina, il 3 febbraio 2020, i voli da e per il Paese nostro partner sarebbero stati sospesi, la catastrofica diffusione della pandemia in Italia avrebbe iniziato a correre veloce. 

La Sicilia, del resto, oltre ad essere già nelle parole di Diodoro Siculo, “la più bella di quante isole si conoscano”, è anche “indispensabile per primeggiare”: ponte di comunicazione tra Occidente e Oriente, la regione rappresenta una piattaforma strategica, “propaggine meridionale della sfera d’influenza americana in Europa”, spiega l’analista Giorgio Cuscito su Limes, “coinvolta nella partita dei cavi sottomarini, tramite cui fluisce il 99% dei traffici telefonici e Internet a livello mondiale”. L’interesse che, di conseguenza, la stessa Cina ha manifestato nei confronti dell’isola e dei suoi porti, espressa nel corso della già nominata visita di Xi Jinping a Palermo, risulta essere tanto comprensibile quanto antica: già in passato la Cina aveva pensato di investire nelle infrastrutture del nostro Paese. Una vantaggiosa prospettiva economica per l’Italia, un tentativo di estendere la propria sfera di influenza geopolitica in un’area tanto strategica per la Cina. 

Se, infatti, sono evidentemente concreti gli oltre 100 milioni di euro di fondi Pon (Programmi Operativi Nazionali) stanziati nel piano di riqualificazione per i porti della Sicilia occidentale, a partire da quello di  Palermo (a cui sono stati destinati finanziamenti per più di 39 milioni), per proseguire con Trapani, Termini Imerese e Porto Empedocle, di forte valore simbolico è stato il messaggio lanciato con la visita della Cappella Palatina, prima ed unica del Presidente cinese in un luogo di culto cristiano al di fuori della Cina, come sottolineato da Cuscito, particolarmente gradita dal Vaticano. La reazione degli Usa, già scettici, a pochi giorni dalla firma del Memorandum d’Intesa non si è lasciata attendere e Washington “ha innescato ritorsioni più o meno velate”: nelle parole di Garrett Marquis, allora portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti ed assistente speciale di Donald Trump, in merito agli effettivi benefici economici duraturi per il popolo italiano, ha ipotizzato invece sul lungo periodo un danno per la reputazione globale per l’Italia, come riportato dalla Treccani.  

L’Italia, “penisola senza mare”[3], si ritrova così ad essere al centro di uno scacchiere geopolitico in cui quasi nulle sono le possibilità di affermarsi ed affermare con forza la volontà di perseguire delle politiche di proprio vantaggio esclusivo. Riuscirà l’America di Biden ad arginare del tutto le pretese cinesi su quel mare nostrum che, soprattutto nelle sue coste africane, parla sempre più cinese? Sarà l’Italia in grado di riappropriarsi, almeno in parte, della sua Sicilia?


[1] https://www.mise.gov.it/index.php/it/per-i-media/notizie/2039474-italia-cina-di-maio-firma-tre-memorandum-d-intesa-su-belt-and-road-initiative-e-commerce-e-startup

[2] Giorgio Cuscito, “La strategica Sicilia non sarà cinese”, Limes 

[3] Ibidem

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