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Future politics: la rivoluzione politico-sociale nell’era del digitale

“I filosofi hanno interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di cambiarlo.”

– Karl Marx

La rivoluzione industriale, iniziata nel 1760 in Gran Bretagna, diede avvio tre secoli fa ad una serie di cambiamenti significativi e apparentemente irreversibili che hanno condotto l’umanità verso la società attuale. All’alba del terzo millennio, noi tutti, cittadini del mondo, siamo oggi protagonisti (attivi o passivi) della nuova rivoluzione digitale. 

I tempi sono ormai maturi per il prossimo grande cambiamento: questa è la posizione di Jaimie Susskind, avvocato e autore inglese. Così come tutte le rivoluzioni, i cui membri e fautori hanno lottato per riscrivere le pagine della storia, anche la rivoluzione industriale ha e avrà forti ripercussioni politiche, la cui configurazione, intensità e rilevanza sono ancora tutte da definire. Sono proprio queste ripercussioni della tecnologia nella sfera politica a divenire oggetto di interesse di Susskind, che ne offre una caratterizzazione brillante e quasi profetica nel suo libro “Future politics”. 

La premessa da cui parte il libro è che le innovazioni tecnologiche hanno una portata rivoluzionaria: sono capaci cioè di apportare significativi cambiamenti al nostro mondo o, meglio, al nostro mondo della vita. Il concetto filosofico di mondo della vita (Lebenswelt) risale al filosofo tedesco Edmund Husserl (1859-1938) e indica l’insieme di relazioni che connettono l’uomo con l’ambiente nel quale si trova a operare. Il nuovo mondo della vita (o, come preferisce chiamarlo Susskind, il mondo della vita digitale) è un sistema denso e brulicante che mette in stretta relazione esseri umani, macchine sempre più potenti, e dati in abbondanza in una rete estremamente complessa e delicata. Il mondo della vita dell’uomo si sta arricchendo sempre di più di sistemi di calcolo dalla capacità sorprendente, alcuni dei quali superano già le abilità umane in vari ambiti (come per esempio quello del gioco). A lungo andare si farà sempre più sfumata, fino a dissolversi del tutto, la distinzione  tra uomo e macchina, online e offline, virtuale e reale. 


Come tutte le rivoluzioni, anche quella digitale trascina con sé una certa ambivalenza: da un lato la trasformazione ad essa connessa avrà il merito di apportare notevoli benefici all’umanità ma, dall’altro, alcune tecnologie giungeranno a disporre di un notevole potere nei confronti dell’uomo. Pensiamo, per esempio, ai progetti di auto a guida autonoma. Queste ultime si rifiutano di guidare oltre il limite di velocità o di parcheggiare su linee gialle. Allo stesso modo, è facile immaginare un’applicazione per lo shopping che non elabori gli ordini per materiali che assomigliano a quelli che servono a fabbricare una bomba. Le tecnologie digitali, dunque, esercitano potere su di noi limitando la nostra libertà di scelta. Ora, è rimessa ai lettori la domanda se questa limitazione della libertà di scelta non sia accettabile, o addirittura benefica, qualora impedisca che vengano arrecati danni alle persone o alle cose.

Altri modi con cui le macchine digitali tengono in pugno le nostre vite sono la previsione del nostro comportamento, ancora prima che questo si verifichi, grazie alle statistiche, e il controllo della nostra percezione tramite il filtraggio delle notizie. In virtù di quanto è appena stato detto, è facile comprendere come, grazie alla tecnologia, le autorità politiche – generalmente, gli stati – avranno più strumenti di controllo a loro disposizione di quanto si potesse mai immaginare. Le tre forme canoniche di potere sono la forza, l’analisi e la percezione o controllo. La tecnologia digitale conferirà a queste forme una potenza che supera di gran lunga qualsiasi altro precedente strumento di controllo conosciuto dall’umanità. Secondo Susskind, la conseguenza principale per la politica  sarà che coloro che detengono il monopolio di queste tecnologie di potere saranno sempre più in grado di controllare chi ne resta fuori. 

La rivoluzione digitale, inoltre, cambierà i nostri modi di pensare, rendendo obsolete e ormai anacronistiche credenze che sono state in auge per decenni o secoli. La rivoluzione digitale ci costringe a ripensare i concetti di libertà, uguaglianza, potere e proprietà. Del resto, come insegna parte della tradizione di filosofia politica, i concetti che definiscono categorie politiche, come ad esempio il concetto di “stato” o di “giustizia sociale”, non sono a-storici ma assumono diverse colorazioni e sfumature – qualora non addirittura un completo ribaltamento di significato – a seconda del particolare tipo di società o di epoca in cui vengono utilizzate nel linguaggio pratico. 

Le sfide di questo secolo, dunque, ci costringeranno a ridefinire concetti politici apparentemente ben noti. C’è anche l’altra faccia della medaglia, però: spesso, in politica, alcune cose sembrano indicibili o impensabili perché il magazzino dei concetti collettivi non si è ancora sviluppato adeguatamente. I limiti intrinseci posseduti dal linguaggio rappresentano un ostacolo da non sottovalutare. Questo vale ancora di più se si pensa che la rivoluzione digitale procede a un ritmo esponenziale, così rapido da insinuare in noi la paura che i nostri apparati concettuali non possano elaborare adeguatamente la situazione in cui via via ci troviamo. L’inadeguatezza dei concetti a nostra disposizione è dovuta al fatto che molto spesso tendiamo a proiettare nel futuro, amplificandole e modernizzandole, categorie appartenenti al passato. Per anni, gli studiosi di politica si sono occupati di tracciare una storia delle idee politiche, mentre, con alcune eccezioni, non hanno nutrito sufficiente interesse nei confronti del futuro; come se, in fondo, il mondo del 2050 altro non sarebbe stato che una semplice versione aggiornata del 1950.

“ ‘Se io avessi chiesto alle persone che cosa volevano’, disse Henry Ford, il primo produttore in massa di automobili, ‘loro avrebbero detto cavalli più veloci’ ”

Per quanto riguarda la velocità esponenziale caratteristica della nuova rivoluzione, basta ricordarsi che, da un punto di vista storico, l’era digitale ha solo pochi secondi di vita. Il 99.5%  dell’esistenza umana è stato trascorso nel Paleolitico, che iniziò circa 3 milioni di anni. Quell’era finì circa 12,000 anni fa con l’ultima era glaciale. Durante questo lungo periodo crepuscolare, le persone non rilevarono alcun cambiamento culturale. Guardando questi dati e studiando il mondo intorno a noi, non è difficile  rendersi conto di come la tecnologia abbia accelerato notevolmente i ritmi di progressione e cambiamento. 

Sciaguratamente, progressione non significa progresso. Alfred Nobel, inventore della dinamite, credeva che i suoi esplosivi avrebbero costituito un deterrente alla guerra maggiore di un migliaio di convenzioni mondiali. Allo stesso modo, l’inventore della mitragliatrice credeva che la sua creazione avrebbe ‘reso la guerra impossibile’. Le cose sono andate diversamente, e questo ci basta per affermare che il progresso tecnologico non porta con sé un necessario progresso morale. 

L’ambito digitale è strettamente legato a quello politico, dal momento che la tecnologia influisce su di noi non solo come consumatori, ma anche come cittadini. Le nuove tecnologie hanno inoltre un forte impatto sociale. Si pensi alla rivoluzione industriale: l’invenzione dei telai meccanici e telai per calze e filatura minacciava di rimpiazzare il lavoro di abili lavoratori tessili. Alcuni di quei lavoratori, conosciuti come i Ludditi, esplosero in una violenta rivolta nella campagna inglese, distruggendo al loro passaggio le nuove macchine. Le conseguenze economiche dell’innovazione, come nel caso dei Ludditi, richiederanno spesso un intervento politico. 

Nel suo libro, Susskind si occupa delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT), sostenendone il carattere iper-politico, e questo perché coinvolgono i due pilastri della vita politica: la comunicazione e l’informazione. Tutto l’assetto politico è costruito da nozioni quali quelle di coordinazione, cooperazione o di controllo. Da qui deriva che il modo in cui raccogliamo, archiviamo, analizziamo, e comunichiamo le nostre informazioni – in sostanza, come le organizziamo- è strettamente correlato al modo in cui facciamo politica. 

Le comunità politiche avanzate hanno bisogno di essere in grado di elaborare grandi quantità di informazioni. Il legame tra l’informazione e la politica è fondamentale. Max Weber era dell’opinione che un meccanismo unificato per l’organizzazione sistematica dell’informazione, basato su ‘precisione, rapidità, assenza di ambiguità, conoscenza dei documenti, continuità, discrezione… unità’, sarebbe stato il sistema di controllo politico più efficiente. Non pare che sia una coincidenza, per esempio, che la prima civiltà su larga scala sorse allo stesso tempo dell’invenzione della tecnologia della scrittura. I più antichi documenti scritti, tavolette cuneiformi usate per la prima volta dai Sumeri nella città fortificata di Uruk intorno al 3500 a.C., avevano natura esclusivamente amministrativa, in quanto documentavano imposte, leggi, contratti, conti, debiti, proprietà, e altri rudimentali aspetti della vita politica. 

Sappiamo, inoltre, che gli effetti della tecnologia variano da un luogo all’altro. L’introduzione della stampa in Cina e in Corea, per esempio, non ha causato lo stesso tipo di trasformazione che seguì l’introduzione della stampa di Gutenberg in Europa, dove la società era meglio pronta per uno sconvolgimento radicale sia religioso che politico. Differenze come queste possono essere solitamente spiegate dalle circostanze economiche e politiche. La tecnologia avrà un impatto differente in base a chi la possiede e controlla, al modo in cui essa è ricevuta dal pubblico e in base a una previa eventuale pianificazione dei suoi possibili usi. 


Susskind delinea una visione del futuro mondo della vita digitale basata su tre caratteristiche distintive.  La prima è che esso sarà dominato da macchine sempre più capaci, addirittura uguali o superiori all’uomo in alcuni campi. La seconda è una tecnologia sempre più integrata: la tecnologia ci circonda in ogni momento, incorporata nell’ambiente fisico e artefatto. La terza è una società sempre più quantificata: una parte crescente di attività umana (le nostre azioni, affermazioni, movimenti, emozioni) viene catturata e registrata sotto forma di dati, poi classificati, archiviati, e processati da sistemi digitali.

Per ampliare il primo aspetto, è opportuno considerare l’Intelligenza artificiale. Quali sono le sue potenzialità e in che modo essa potrebbe essere messa a servizio della politica? Innanzitutto, per Intelligenza Artificiale (AI) l’autore intende una disciplina informatica che studia la progettazione di sistemi tecnologici in grado di eseguire compiti in passato ritenuti prerogativa esclusiva dell’intelligenza umana. I sistemi AI sono ora prossimi a sorpassare l’uomo nella sua abilità di tradurre i linguaggi naturali, riconoscere i volti, e simulare la parola umana. Per esempio, alcuni ricercatori dell’Università di Oxford hanno sviluppato un sistema di AI capace di leggere il labiale con il 93% di precisione, a fronte di un tasso di successo del 60% tra i lettori di labiale professionisti. Il mondo del futuro è un mondo in cui i chat bot dell’AI (sistemi che sono in grado di chattare con gli utenti) prenderanno presto le ordinazioni ai ristoranti. 

I giochi di abilità e di strategia sono considerati un buon modo per misurare la crescente capacità dei sistemi digitali. In breve, oggi essi sconfiggono i più abili giocatori umani quasi in ogni singolo gioco. Nel 2011, Watson di IBM ha sconfitto i due più grandi campioni umani di tutti i tempi a ‘Jeopardy!’– un gioco televisivo in cui i partecipanti si sfidano su domande di cultura generale. ‘Jeopardy!’ richiede una profonda e vasta conoscenza, l’abilità di processare il linguaggio naturale (incluse i giochi di parole), recuperare le informazioni rilevanti, e rispondere usando un’adeguata forma di discorso. I campioni umani non erano all’altezza di Watson, la cui vittoria ha segnato una pietra miliare nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. 

Diverse versioni di Watson fanno molto di più che vincere giochi televisivi. Nel 2016 una piattaforma Watson ha scoperto cinque geni legati alla sclerosi laterale amiotrofica (ALS), una malattia degenerativa che può portare alla paralisi e alla morte. Il sistema ha fatto la sua scoperta dopo aver digerito tutta la letteratura pubblicata sull’ALS e analizzando ogni gene nel genoma umano. Per fare ciò sono serviti a Watson un paio di mesi; all’uomo sarebbero serviti anni.

Per gli ultimi cinquant’anni circa, la potenza di calcolo – l’abilità dei chip del computer di elaborare dati – è cresciuta a un tasso esponenziale, raddoppiando all’incirca ogni due anni. Questo modello di sviluppo è conosciuto come legge di Moore (da Gordon Moore, il co-fondatore di Intel).Ci si aspetta generalmente che questo progresso continui. Va da sé che, sulla scorta delle tendenze attuali, un computer nel 2029 sarà sessantaquattro volte più veloce rispetto a quanto lo era nel 2017. L’informatico statunitense Ray Kurzweil prevede entro il prossimo decennio circa, un normale computer desktop potrà competere con il cervello umano, superandone addirittura la potenza.

Susskind fa delle interessanti premonizioni sul futuro della democrazia nel mondo della vita digitale. Alle tradizionali concezioni di auto-governo (Democrazia deliberativa e democrazia diretta) si aggiungono oggi nuove prospettive, chiamate dall’autore Wiki democrazia, Democrazia dei Dati e Democrazia AI.

Con Democrazia Deliberativa si fa riferimento al processo con cui i membri di una comunità cercano, attraverso la discussione e il dibattito, di trovare soluzioni condivise a determinate problematiche. Sotto questo aspetto, l’arrivo di internet aveva suscitato un grande ottimismo in merito al futuro della Democrazia Deliberativa: internet sarebbe potenzialmente diventato un ampio e vivace spazio politico, in grado di dar voce a chiunque. Sfortunatamente le cose non sono andate così. È vero che internet offre grandi opportunità per esprimere la propria opinione, ma il suo sviluppo non ha comportato un aumento della qualità del discorso politico. Al contrario, sui temi politici oggi vige tanta divisione e disinformazione quale vigeva in passato, se non addirittura di più. Questa decadenza è il risultato di varie minacce.

La prima minaccia alla Democrazia Deliberativa è il fatto che la nostra percezione del mondo è via via sempre più determinata da cosa ci viene detto e taciuto dai sistemi digitali. Dunque, coloro i quali gestiscono questi sistemi avranno il potere di plasmare e controllare le nostre preferenze politiche. Ad esempio, se un cittadino possiede un account su Twitter e il suo orientamento politico è liberale, vedrà per la maggior parte tweet che esprimono posizioni affini alle sue. Questo meccanismo rinforza la naturale tendenza umana a scansare le prove a sostegno delle tesi contrarie a quella che si sostiene, uccidendo così il pensiero critico. 

Questo ci porta alla seconda minaccia, che consiste nella disintegrazione e polarizzazione del discorso pubblico. Sempre di più, il lavoro di filtraggio delle notizie (ovvero la decisione su quali delle tante notizie pubblicate sul web debba apparire sulle nostre pagine di navigazione) viene fatto per noi da sistemi automatizzati. Questo significa che diverse persone potrebbero vedere un mondo totalmente differente. Inoltre, nel mondo digitale, può essere molto difficile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. Se ne accorse anche Barack Obama:

“Una spiegazione del cambiamento climatico proveniente da un fisico che ha vinto il premio Nobel ha lo stesso aspetto sulla vostra pagina Facebook di un’altra presente che ne nega l’esistenza [..] tutto è vero e nulla è vero.”

Quest’affermazione contiene una verità essenziale, tanto che al giorno d’oggi il termine fake news non sta più ad indicare tanto le falsità che circolano senza controllo su internet, quanto qualsiasi cosa con cui colui che parla non è d’accordo. La presenza di ingenti fake news, in ogni caso, genera in noi una profonda sensazione di scetticismo, in un clima di diffidenza reciproca per cui è sempre più difficile trovare un accordo tra parti. 

La terza minaccia è l’anonimato online. Il fatto che molte piattaforme consentano la partecipazione in modo anonimo rafforza la convinzione che non siamo veramente responsabili delle nostre azioni in rete perché queste non possono esserci attribuite in quanto utenti invisibili. Il mondo digitale è ben diverso dal mondo delle assemblee che caratterizzavano la Grecia antica. Ai tempi di Platone e Aristotele, era impensabile che la deliberazione (la decisione politica) potesse avvenire senza che il cittadino rivelasse la propria identità. Nell’Assemblea greca uomini reali si guardavano in faccia e confrontavano le loro opinioni. Oggi tutto questo si sta perdendo, e per questo motivo si fa sempre più pressante l’esigenza di modificare le piattaforme digitali in modo che esse possano consentire un dibattito pubblico alla luce del sole.

La quarta minaccia è il crescente rischio posto dai bot (programmi che operano nelle reti sociali come fossero persone). Per esempio, su Twitter esiste un vasto numero di account che impersonano gruppi minoritari vomitando stereotipi e invettive, rafforzando così già l’odio presente verso quelle categorie. Uno studio del 2017 ha dimostrato che 48 milioni (dal 9 al 15%) degli account su Twitter sono bot. Questi ultimi utilizzano tecnologie sempre più avanzate, al punto che è spesso difficile distinguerli da veri e propri utenti umani. La conversazione verrà sempre più indirizzata a favore di chi ha la tecnologia migliore, non necessariamente le idee migliori. Siamo entrati a tutti gli effetti nell’era della post-verità. 

A questo problema sono state date varie soluzioni, tra cui le famose “linee guida della comunità” da rispettare se non si vuole vedere il proprio account sospeso o bannato. Queste linee guida sono state pensate proprio per arginare fenomeni quali l’incitamento all’odio verso determinate categorie. Ma spesso ci si dimentica che la comunità di cui si parla non è, in senso stretto, la comunità digitale sede del dibattito privato. Le pagine web sono le nuove agorai (piazze) in cui viene svolto il discorso pubblico. 

Il termine Democrazia Diretta definisce un ordinamento politico in cui le persone votano direttamente sui temi di interesse, piuttosto che eleggere rappresentanti. Questo tipo di Democrazia è rimasto più un progetto sulla carta che una realtà effettiva: la grande maggioranza delle democrazie è stata indiretta o rappresentativa, e questo soprattutto perché era impensabile che tutti i membri di una comunità sedessero contemporaneamente in assemblea. Oggi questa prospettiva non è più impossibile, dal momento che gli spazi digitali consentono la compresenza di un numero illimitato di utenti. Non è difficile immaginare una notifica sul nostro smartphone che ci elenchi le questioni su cui decidere a cadenza giornaliera o settimanale.

I sostenitori della Democrazia Diretta presentano questa forma politica come la forma pura e più completa di Democrazia. La questione che ne rende poco auspicabile la realizzazione è che non tutti – e per buone ragioni – si affiderebbero a loro stessi nel decidere in modo imparziale su questioni tanto importanti, e, allo stesso tempo, non tutti sarebbero pronti ad accollarsi un simile peso. La posizione di Jasskind, dunque, è che sia necessaria la sopravvivenza di politici di professione. La Democrazia Diretta può sussistere, ma come forma integrativa parziale e non assoluta, in un sistema di pesi e contrappesi. 

La Democrazia Diretta potrebbe realizzarsi sotto forma di Democrazia Wiki. Per capire meglio questo concetto basta pensare a Wikipedia, l’enciclopedia online il cui contenuto è aggiornato da chiunque voglia contribuire. Lo stesso procedimento potrebbe essere utilizzato per redigere un disegno di legge, e in effetti esperimenti in materia sono già stati fatti. Per esempio, nel 2007 in Nuova Zelanda i cittadini hanno potuto partecipare alla relazione del nuovo Policing Act. Tuttavia, non è difficile pensare ai problemi che potrebbero insorgere adottando questo procedimento. In primo luogo, un cittadino che fosse chiamato a redigere una legge che reputa ingiusta (per esempio, una legge che legalizzi la frode) potrebbe rifiutarsi di contribuire o, addirittura, adoperarsi per danneggiare la legge stessa. Inoltre, sussiste un problema di tempistiche: Wikipedia viene costantemente aggiornata dagli utenti, mentre una legge che cambi ogni dieci minuti non è né utile né agevole. In base a quanto detto, la realizzazione di una democrazia Wiki non sarebbe impossibile, ma essa potrebbe sussistere solo previa regolamentazione, e non sotto forma di processo incontrollato in cui tutti possano modificare qualsiasi frase con un semplice click. 

Una Democrazia dei Dati sarebbe invece un ordinamento democratico nel quale le decisioni vengono prese sulla base di dati e non più di voti. Del resto, il mondo digitale dispone di un quantitativo impressionante di dati, tanto che presto arriveremo a generare ogni paio d’ore la stessa quantità di informazioni che abbiamo generato dall’alba dei tempi fino al 2000. Raccogliendo più informazioni possibili, i politici potrebbero farsi un’idea chiara sull’identità del bene comune. Del resto, esiste già la tecnologia per analizzare l’opinione pubblica all’interno dei media. Ad esempio, Susskind ci dice che:

“ L’algoritmo di Facebook, per esempio, necessita di soli dieci “mi piace” prima di poter prevedere le vostre opinioni meglio dei vostri colleghi, 150 prima di battere i membri della vostra famiglia, e 300 prima di poter prevedere la vostra opinione meglio del vostro coniuge.”

Del resto, l’uso dei dati si rivela strettamente necessario se ammettiamo che la Democrazia consiste nel tener conto delle preferenze delle persone. Tuttavia ci sono anche voci contrarie, le quali sostengono che la Democrazia dei Dati renderebbe la politica una mera pratica che avviene a livello subconscio, senza partecipazione attiva da parte dei cittadini. Inoltre, si ribatte anche che i dati sono inutili nel compiere molte decisioni politiche, dal momento che essi mostrano ciò che è e non ciò che dovrebbe essere. Per esempio, in un paese in cui il consumo di alcol è proibito, i dati che ne rilevano un basso consumo dimostrano solo che le persone rispettano la legge, ma non che tale legge sia giusta. 

A partire da Platone, molti teorici della politica hanno sostenuto che le decisioni sarebbero meglio prese da esperti nei vari settori piuttosto che dalle masse incolte. Dunque, è arrivato il momento di chiederci in quali casi potremmo permettere ai sistemi AI di partecipare ad alcuni dei lavori di governo. Non è così fantasioso immaginare che nel mondo della vita digitale potremmo permettere ai sistemi AI di candidarsi alle elezioni per posizioni amministrative e tecniche nel governo. L’obiezione alla Democrazia AI sta nel fatto che questo sistema ci renderebbe schiavi di sistemi che prendono decisioni per nostro conto. 

Il mondo della vita digitale ci chiede anche di ripensare il nostro concetto di giustizia. Al giorno d’oggi, l’idea di giustizia sociale è strettamente connessa all’idea di uguaglianza. La maggior parte delle teorie della giustizia parte dalla convinzione che tutti gli uomini abbiano lo stesso valore di fondo. Inoltre, la giustizia sociale è intesa sia come giustizia nella distribuzione che come giustizia nel riconoscimento. La giustizia nella distribuzione riguarda come i beni dovrebbero essere distribuiti nella società, mentre la giustizia nel riconoscimento riguarda il modo in cui gli uomini si vedono e trattano rispettivamente. 

La tesi sostenuta da Susskind è che le questioni di giustizia sociale saranno sempre più rimesse nelle “mani” degli algoritmi. Con algoritmo si intende un qualsiasi set di istruzioni per eseguire un compito o risolvere un problema. Gli algoritmi saranno sempre più utilizzati, al posto dello stato e del mercato, per determinare il nostro accesso a beni sociali essenziali quali il lavoro, i prestiti, l’abitazione e l’assicurazione. Già adesso il 72% dei curriculum che le persone invia non viene mai esaminato da occhi umani, ma unicamente dalle tecnologie. Gli algoritmi, inoltre, vengono già utilizzati per prevedere quando è probabile che i dipendenti si licenzino, e in generale ci si aspetta che vengano usati sempre di più, per monitorare le prestazioni generale e determinare la paga. Utilizzare algoritmi per questi scopi non è di per sé una cosa sbagliata, anzi, è probabile che algoritmi realizzati a dovere possano essere esenti dai pregiudizi da cui sono invece affetti gli esseri umani. 

Gli algoritmi stanno intervenendo sempre di più nel meccanismo del prezzo, facendo pagare ai consumatori, a parità di prodotto, un prezzo maggiore o minore in base a vari dati quali la residenza, il momento del giorno e il tempo. Ad esempio, i distributori automatici possono usare degli algoritmi per variare i prezzi in base al caldo. Il risultato finale di questo processo potrebbe essere chiedere agli acquirenti non il prezzo corrispondente al valore del prodotto di per sé, ma il prezzo che essi sono disposti a pagare in un determinato momento. La situazione solleva ovvi problemi etici: il prezzo che qualcuno è disposto a pagare è il prezzo giusto? Evidentemente no, se si pensa che un malato bisognoso di cure è disposto a buttare via anche tutti i suoi risparmi pur di avere una medicina capace di salvargli la vita. Un buon utilizzo degli algoritmi potrebbe avvenire in questo senso a fini redistributivi, facendo pagare ai ricchi un po’ di più, e ai poveri un po’ di meno per gli stessi beni. 

Il pericolo principale a cui siamo soggetti nell’era della rivoluzione digitale è che stiamo diventando sempre più succubi di sistemi digitali che possiamo a malapena capire, figuriamoci controllare. Susskind suggerisce due modi attraverso i quali è possibile arginare il pericolo: il primo è la trasparenza, per cui le decisioni politiche da parte dei potenti non dovrebbero mai avvenire nell’ombra. La seconda contromisura consiste in una nuova separazione dei poteri: dobbiamo assicurarci che i poteri forti in campo si limitino vicendevolmente, al fine di evitare un monopolio sui mezzi di forza, analisi e percezione-controllo da parte di un unico soggetto.

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