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La persuasione e la rettorica

Carlo Michelstaedter (1887-1910) nasce a ​Gorizia​, città di cultura giuliana ma con un’influenza slovena e tedesca. Si trova, quindi, a cavallo tra il mondo italico e quello Mitteleuropeo​: ha un livello di astrazione maggiore rispetto a una persona che parla solo una lingua, e da questo nasce la possibilità di produzioni metafisiche più elevate. Considerato un anticipatore del ’68, si sente “​ingabbiato dalleistituzioni”​ ​(la scuola e la famiglia) e, per questo e altri motivi, si toglierà la vita con un colpo di pistola a soli ventitré anni. 

È considerato un anticipatore di molte correnti filosofiche, ma, in particolare, le sue parole ricordano quanto sarà poi detto dagli autori dell’esistenzialismo. Per quanto riguarda le tematiche affrontate, l’autore più vicino a Michelstaedter è​ Leopardi, ma si trovano nelle sue pagine anche collegamenti con ​Schopenhauer, soprattutto per il concetto di volontà di vita. 

La persuasione e la rettorica, suo unico scritto, era la sua tesi di laurea: il titolo originale era La persuasione e la rettorica in Platone e Aristotele. Questo libro potrebbe essere diviso in tre parti: una costatazione, in cui si sottolinea la problematicità della vita e il fatto che i piaceri e le facezie allontanino l’uomo da ciò che è essenziale; una soluzione (o pars construens), in cui si offre una proposta di vita come trascendenza immanente[1] alla dimensione umana; e, infine, una critica alle false soluzioni (o pars destruens), in cui si va contro a tutti i modi in cui il singolo nasconde a se stesso le problematicità della vita per mezzo del soddisfacimento di piaceri frivoli. In questo articolo, affronteremo le prime due.

La vita, per Michelstaedter, è una cosa orribile: il presente è illusione e sofferenza, mentre il futuro è delusione perpetua. Per mascherare questa realtà buia, nasce la rettorica[2]: come una droga, ci fa andare avanti facendoci focalizzare sui piaceri effimeri, invitandoci a distrarci e a non pensare. Ma, seguendo la rettorica, ci dimentichiamo che la vita è povera per natura. Da qui nasce una forte critica dell’autore nei confronti del platonismo e dell’idealismo, che nascondono la realtà delle cose attraverso la creazione di sistemi soporiferi.

L’unica via che porta alla salvezza dalla disperazione è la persuasione. Questa nasce nel momento in cui si riesce a guardare in faccia la morte per cercare la verità della vita: è l’anticipazione della morte di cui parlerà Heidegger. La vita è importante e non dobbiamo sfuggire da essa, ma dobbiamo continuare a vivere uscendo, però, dall’attesa del futuro. È un “dire di no” a tutto ciò che non è vita: la persuasione, che è il vero possesso di sé, consiste proprio nel dire sì alla vita.

Nel 1910 Giovanni Papini scrisse un saggio di presentazione del testo di Michelstaedter, ma senza averlo letto in maniera integrale: questo portò sì a una maggiore pubblicità per l’autore goriziano, che prima di allora non era affatto conosciuto, ma, allo stesso tempo, comportò una comprensione delle sue idee in parte errata. Innanzitutto, il principale errore di Papini fu il modo in cui descrisse il suicidio di Michelstaedter. Secondo il saggista, quello era un suicidio diverso da quelli di cui si sentiva parlare ogni giorno: Michelstaedter aveva una famiglia agiata, poteva studiare dove voleva, non aveva bisogni particolari, né si era ucciso a causa di una malattia, di debolezze fisiche o di imperfezioni insopportabili. In realtà, il suicidio fu il frutto di un insieme di fatti: era in tensione perché doveva consegnare una tesi provocante, che non rientrava nei canoni accademici; aveva litigato sia con la fidanzata, sia con la madre; infine, elemento più importante di tutti, soffriva di depressione. Senza la sua malattia, dunque, Michelstaedter non si sarebbe mai tolto la vita. 

Papini, invece, dato che La persuasione e la rettorica mette a tema la problematicità e la difficoltà della vita, ha tratto le conclusioni più logiche – se la vita è un nulla, tanto vale suicidarsi –: ha pensato che quello di Michelstaedter fosse un suicidio metafisico, cioè una scelta presa per essere coerente con le sue idee filosofiche. Papini, infatti, aveva frainteso il concetto di “possesso”, pensando che questo si trovasse alla vigilia della morte e che, quindi, fosse necessario provare la morte per riuscire a possedersi (cioè persuadersi) veramente nell’istante prima di morire. 

Michelstaedter è importante perché affronta il problema della vita partendo dall’osservazione, essenziale per tutto il suo pensiero, che la vita tende a un perenne rinvio al futuro. Noi non ci possediamo mai veramente, ma un unico momento di possesso vale più di una vita intera. Ma, da qui, Papini trasse l’idea sbagliata che questo “unico momento” lo si potesse esperire solamente prima di morire. Egli evidenzia come, per Michelstaedter, l’uomo sia schiavo della volontà di vivere, ma, non avendo Papini letto il testo, non sapeva che questo era solo l’inizio del pensiero dell’autore goriziano, che, invece, continuerà dicendo che “l’uomo può e deve essere persuaso”. 

Dunque, per la lettura che ne dà Papini, sembra che la persuasione, cioè la vera vita, si trovi nella morte; invece, la persuasione è la morte della vita quotidiana, non la morte in generale. È un uscire dagli schemi in cui gli uomini sono abitualmente incastrati. Alla fine del suo saggio, infatti, Papini ammette di non aver mai letto direttamente il testo, ma di averne solo sentito parlare da altri, dicendo anche: “non garantisco la precisione di questo scritto, ho tirato a indovinare”. Da qui nasce una fortuna critica, che spesso vede Michelstaedter come un “autore maledetto”, basata su un’incomprensione.

Per comprendere davvero il pensiero dell’autore, è necessario analizzare il libro con attenzione. Nella premessa, Michelstaedter ammette di essere consapevole di non star dicendo nulla di nuovo: tutto è già stato detto nella filosofia, nella letteratura e nella musica che lo hanno preceduto. Inoltre, è consapevole dell’unicità del suo stile, che è ricco di metafore, immagini, simboli e sezioni narrative. Questo perché si deve scontrare con il linguaggio: si trova a dire l’indicibile (la persuasione non può essere comunicata), ma decide di sfidare questo limite per riuscire a condividere le sue idee.

“Io so che parlo perché parlo, ma so che non persuaderò”. In questa prima frase emergono i limiti del linguaggio, che è schiavo della rettorica e non potrà mai riuscire a spiegare la persuasione. Eppure “è pur necessario che se uno ha addentato una perfida sorba la risputi”. Nonostante il limite dell’esposizione, Michelstaedter si sente in dovere di provare a spiegare al mondo cosa sia la persuasione, dato che lui lo ha già capito. 

In ogni caso, nel passato tutto questo è già stato detto molte volte. Infatti, c’è già stato chi ha incarnato la persuasione e chi ha detto come stavano le cose: ognuno ha vissuto una persuasione individualmente diversa, nel suo presente. Non si tratta di imitare queste persone, ma di seguirle, per trarre da loro un insegnamento. Troviamo qui l’idea di una persuasione comunitaria e pedagogica: una volta persuasi, bisogna essere attivi e cercare di essere un modello per gli altri, per permettere che la persuasione riesca a invadere ognuno nella sua individualità. I moderni, dunque, sono come nani sulle spalle dei giganti, e, perciò, è necessario essere modesti. Michelstaedter sa di non avere né dignità filosofica né concretezza artistica, eppure decide lo stesso di provare a esporre le sue idee: alla peggio, dice alla fine della prefazione, avrà scritto soltanto una tesi di laurea.

La prima parte del libro è dedicata alla persuasione. Michelstaedter comincia con una metafora: “Un peso pende dal suo gancio, e per pender soffre che non può scendere: non può uscire dal gancio, poiché quant’è peso pende e quanto pende dipende”. Il peso, dunque, è in perenne sofferenza perché è obbligato a rimanere attaccato al gancio, mentre per sua natura vorrebbe cadere. Eppure, se riuscisse a cadere al suolo verrebbe meno la sua stessa essenza di peso, in quanto un peso pende per natura. Questa metafora rappresenta la perenne tensione della volontà umana, quella “volontà di vita” – concetto che si trova anche in Schopenhauer – che non fa vivere davvero, in quanto rimanda sempre gli obiettivi al futuro.

Notiamo che i verbi “pendere” e “dipendere” non sono usati come sinonimi. Il pendere, in questo caso, simboleggia la schiavitù dell’uomo nei confronti dei bisogni e dei desideri, mentre il dipendere indica che l’uomo è schiavo della sua stessa volontà. L’uomo non sarà mai felice, perché vive in costante propensione verso punti sempre diversi, ma il raggiungimento di questi punti non riuscirà mai ad accontentarlo: finché il punto è lontano, l’uomo vive una vita di eterna indigenza; ma, una volta raggiunto, questo punto si svuota di attrattiva. Il peso, infatti, ha sempre fame di qualcosa di più basso, e la sua volontà di scendere rimane infinita. Ma, come già detto, se il peso arrivasse al suolo non sarebbe più peso, e, allo stesso modo, se l’uomo smettesse di desiderare e di rimandare al futuro non sarebbe più uomo. Sembra, dunque, che il peso non possa essere persuaso.

Se questa fosse la conclusione, si potrebbe dire che Papini avrebbe ragione a sostenere l’ipotesi del suicidio metafisico. In realtà, questo è solo il punto di partenza: tutto il libro consisterà nel tentativo di dimostrare la falsità di questa affermazione. La scommessa è pensare che, in fondo, il peso possa essere persuaso. E la strada da intraprendere è quella che ci porta a focalizzarci sul presente, escludendo passato e futuro.

Infatti, nella quotidianità, cercando di arrivare a un futuro irraggiungibile, finiamo per ignorare il presente. Ci sono tante cose che ci attirano nel futuro, e quando cerchiamo di possederle nel presente non ci riusciamo. Michelstaedter ce ne presenta degli esempi: la montagna, il mare e la persona amata. Quando saliamo in cima alla montagna non la stiamo possedendo: non ci sarà mai una perfetta comunione tra noi e lei. Allo stesso modo, pur tuffandoci, nuotandoci dentro o addirittura bevendone l’acqua fino ad annegare, non possederemo mai il mare, ma saremo soltanto soli in mezzo a esso. Infine, Michelstaedter dice che non si riesce a possedere neanche la persona amata: nell’amore non si riesce mai a saziare la propria fame, perché si rimane ognuno diverso dall’altro, senza riuscire ad arrivare a un’unione totale.

Ma colui che esiste per se stesso non ha bisogno delle cose nel futuro, perché possiede già tutto in se stesso. Si mostra, qui, un presente che è un rifiuto della dimensione del tempo come è normalmente concepita: è un presente inteso come eternità. L’uomo comune, invece, finisce con il desiderare le cose nel futuro, in quanto gli manca quello che veramente gli servirebbe, cioè il possesso di sé. Questo uomo non sa cosa vuole, e quindi cerca a tentoni la vita; ma, così facendo, si muove di un agire passivo e perde se stesso. La persuasione, infatti, non vive in chi non vive solo di se stesso; ma l’uomo che è schiavo di ciò che viene prima (del passato) e preda di ciò che verrà dopo (del futuro) finisce per essere una cosa tra le cose. Anche Heidegger nel 1927, in Essere e tempo, riprenderà questo concetto, sostenendo che l’uomo è ente tra gli enti quando dimentica la sua autenticità.

È persuaso chi ha in sé la sua vita: chi non è persuaso non potrà mai comunicare la persuasione, in quanto “la sua voce non è la sua voce”, cioè egli non è realmente se stesso. Ma, nella quotidianità, l’uomo ha l’illusione della persuasione: “questa continua deficienza – per la quale ogni cosa che vive, muore ogni attimo continuando – ogni cosa che vive si persuade esser vita”. In questo caso, la “deficienza” è la vita, intesa come continua mancanza, che “muore ogni attimo” perché il rinvio costante alle cose corrisponde più alla morte che alla vita. E così, questa deficienza, questa mancanza, crede di essere la vera vita (qui “si persuade” è usato in senso negativo): pur morendo costantemente a causa del rinvio al futuro, ci illudiamo di essere vivi.

La qualunque vita, inoltre, è invasa dalla falsa religione. Esiste, infatti, un dio della philopsychìa, che fa brillare luci tenui nella nebbia, e l’essere umano, che vive in preda al buio, non può non rincorrerle. Queste luci rappresentano i bisogni, al quale l’uomo si aggrappa per sfuggire al buio, cioè al dolore della vita. Tuttavia, appena l’uomo giunge alla luce e se ne sazia, il dio della philopsychìa spegne quella luce per accenderne un’altra poco più avanti. Queste luci, in cui risplendono la speranza e il futuro, sono l’opposto della persuasione, e l’uomo continua a rincorrerle finché un “inciampo non faccia cessare il triste gioco”: a un certo punto, durante questa perenne illusione, il buio sovrasta la luce. In un certo momento della vita il dolore riesce a sovrastare i piaceri. 

A questo punto, si apre il tema dell’identità soggettiva, tanto discusso nel ‘900 soprattutto a causa delle influenze del pensiero di Nietzsche. Michelstaedter descrive il piacere come l’illusione dell’esistenza: finché il dolore non prende il sopravvento, noi crediamo a questa illusione e, in base a questo, costruiamo la nostra identità. L’uomo si illude di poter conoscere il futuro, e tutte le cose, così, prendono un “dolce sapore”: le sentiamo nostre perché sono utili alla nostra continuazione all’interno della qualunque vita. Tutto questo funziona perché è un meccanismo che si ripete: è l’abitudine della continuità che ci fa dire “io sono”, ci fa credere di esistere e di poter andare avanti. L’identità è data come costante: le cose cambiano, ma noi veniamo sempre soddisfatti. In questo meccanismo, abbiamo anche l’illusione di “saper rifiutare le cattive cose e scegliere le buone”, ma questa discriminazione, in realtà, si basa solamente sulla nostra particolare utilità.

“E così ciò che vive si persuade esser vita la qualunque vita che vive”

Tutto ciò rappresenta una persuasione inadeguata, perché è adeguata solo al mondo che l’uomo si costruisce a sua immagine e somiglianza. Al contrario, la vera persuasione deve essere capace, con onestà, di ascoltare il dubbio provocato dal dolore: bisogna avere il coraggio di non inseguire le luci, per potersi fare “fiamma da sé”. Ma, ovviamente, il dolore non è gradito agli uomini, che quindi cercano rimedio nella religione: ecco che al dio ingannatore della philopsychìa si aggiunge un altro Dio, quello realmente trascendente, creato da ogni religione – anche se, qui, il riferimento è in particolare al cristianesimo –. 

Ecco che Dio si incarica del dolore che gli uomini non riescono a sopportare. Le persone creano questo Dio, e poi lo “pagano” con il comportamento religioso. Si tende ad affidarcisi in tutto e per tutto, e, così, la religione diventa un sotterfugio che risolve le cose per noi. Dio trascende la presenza del singolo: gli uomini vivono la loro vita consapevoli che c’è qualcun altro che si impegna per far andare tutto per il meglio.

Michelstaedter ci spiega che questo “Dio religioso” è stato creato proprio dal dio della philopsychìa, che vuole nasconderci la verità. Spesso, poi, il Dio religioso viene affiancato al Caso, cosa che mostra ancora di più come il dio della philopsychìa voglia avere nelle sue mani la vita degli uomini. Questo Dio ci dice: “Se ci sei, la provvidenza provvederà a quel che ti farà stare al sicuro in questo mondo”. La voce del piacere ci dice “tu sei, tu esisti, non pensare alla morte”, mentre la voce del dolore ci dice “tu non sei, e prima o poi morirai”. 

La vita, quindi, è sofferenza in attesa della morte, e gli uomini, nell’illusione del piacere, continuano ad aver paura di morire. Ma questi uomini, in sé, sono già morti, perché rimandano al futuro ogni possibilità di pienezza di vita. Soltanto il persuaso vive veramente: non teme la morte, in quanto vive ogni istante come fosse l’ultimo e il più importante. 

L’illusione della persuasione mostra come non importa avere ciò che desideri ora, tanto in futuro lo potrai riavere tranquillamente. Introduce, così, l’ideale della ripetibilità: l’uomo diventa trapiantabile, perché per ogni cosa esistono delle condizioni che permettono di riaverla in un altro luogo e in un altro momento. Tanto meno la vita di una persona è profonda, tanto meno persiste quella relazione unica tra l’individuo e la cosa e, dunque, tanto più la cosa può essere ripetibile altrove. Per il persuaso, invece, entra in gioco una radicalità estrema, per cui ogni cosa deve essere vissuta profondamente, per non perdere l’unicità del momento.

Come si fa, quindi, a incamminarsi sulla via della persuasione? Il persuaso, spiega Michelstaedter, non si accontenta: vuole così fortemente la vita che non gli basta un piacere illusorio per coprire il dolore persistente. Non teme il dolore, anzi, lo prende sulle sue spalle, perché ha il coraggio di “strappare da sé la trama delle dolci e care cose”. Non vive nel futuro, ma richiede il possesso attuale delle cose. È libero da ciò che gli altri ritengono indispensabile, e vede nell’insopportabile la gioia di un presente più pieno.


[1] Mi rendo conto che “trascendenza immanente” per molti lettori non significa nulla. Provo a spiegare: “trascendenza” è un andare oltre, un andare al di là rispetto all’esperienza; mentre “immanenza” è l’esatto opposto. In questo caso, si intende un andare oltre la propria vita quotidiana, un uscire dagli schemi, senza però che questo comporti un’uscita letterale dalla vita (suicidio). Si tratta di rimanere nella vita, ma di modificare il nostro punto di vista nei suoi confronti.

[2] Che noi oggi chiamiamo “retorica” con una ‘t’ sola.

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