VIAGGIO VERSO EXUVIA – EXUVIA (3)

L’ultima tappa di questo nostro viaggio all’interno dell’album Exuvia di Caparezza è quella che mette in chiaro tutto ciò che lo precede, così come gli ultimi passi della vita di una persona ripercorrono implicitamente tutti gli eventi passati. In Pi Esse – Skit annuncia proprio che «questa storia per bambini è diventata un film western» e ci comunica che la conclusione del viaggio è la parte più ardua.

È proprio nelle ultime tre canzoni che il cantante analizza due aspetti fondamentali per l’uomo: il tempo e la morte da una parte, il proprio essere e la “rinascita” dall’altra. Alla luce di questi elementi non possiamo non farci accompagnare da il filosofo tedesco Martin Heidegger e la sua maestosa opera Essere e Tempo.

Come scrive Heidegger, «l’esserci è sempre in una modalità del suo possibile essere temporale. L’esserci è il tempo, il tempo è temporale. L’esserci non è il tempo, ma la temporalità» e comprendiamo immediatamente l’uomo all’interno di una dimensione che procede senza fine. L’esserci, ovvero l’uomo, si trova a confrontarsi con la propria dimensione temporale. Capisce che il tempo fa parte di lui stesso e il rapper pugliese lo descrive bene in Zeit!:

Io non pensavo tu invecchiassi come tutto il resto

Tu che accartocciavi quegli anziani come un brutto testo

Seguo le tue tracce sul mio corpo, tutto il tempo

Quando un giorno perderemo Chronos sarà a lutto il tempio

Nel momento in cui comprende il tempo come elemento fondamentale della propria vita, deve consequenzialmente pensare all’estrema ripercussione del tempo: la morte. Si apre qui un testo di una formidabile concentrazione di contenuto che tratta della morte in senso altamente positivo.

Questo punto ci rimanda immediatamente a l’essere-per-la-morte di Martin Heidegger. In Essere e Tempo la morte consiste nella possibilità dell’impossibilità, ovvero anticipare nel nostro presente la possibilità di non poter esistere più. Per comprendere meglio, questa anticipazione della morte, non si attua con il suicidio, ma coincide con la sola possibilità della propria fine. Questa visione “positiva” si ha però solo nell’esistenza autentica in cui l’uomo vive rimandando le proprie decisioni sempre al proprio essere. Ne La Certa Caparezza dà voce alla morte che si pone di fronte all’uomo e inizia a raccontarsi:

Io sono il tuo futuro, chiama i testimoni

Non puoi mandare i piani in fumo come gli estintori

Vengo a riportarti coi piedi per terra

Anche se voli così in alto che calpesti i droni

La morte, come viene detto in questi versi, ci riporta a noi stessi, al nostro essere. Noi, abitualmente, viviamo in un’esistenza inautentica in cui non conosciamo nulla, ma tocchiamo solo la superficie dell’enorme mare che è il mondo. Viviamo nella “chiacchiera”, cioè discorsi che non vanno assolutamente in profondità.

Vi è però un elemento nella nostra vita che richiama all’esistenza genuina: l’angoscia, che si distingue dalla classica paura perché l’oggetto che la provoca è indefinito. Infatti, la morte viene guardata in maniera sbagliata e per questo motivo lei stessa ci ricorda cosa in realtà fa per noi:

Mi vedi come la cattiva, la tenebra, la maldita, la Dea che fa la bandita

Voglio solo schiodarti dalla panchina

Voglio vederti giocare la tua partita

Heidegger annuncia in Essere e Tempo: «Se prendo la morte nella mia vita, la riconosco, e l’affronto a viso aperto, mi libererò dall’angoscia della morte e dalla meschinità della vita – e solo allora sarò libero di diventare me stesso» ed è proprio da qui che inizia una rivalutazione della propria vita, del proprio esserci che si configura come essere-per-la-morte.

Il rapper pugliese continua:

Ringraziami

Che se fossi svanita come una dedica incisa nella battigia

Avresti l’anima spenta, l’anima grigia

Come la cenere di una cicca in una lattina

Ho dato io il tuo senso a tutto

E sono vera e senza trucco

Anche se non lo ammetti è a me che va il pensiero

Più che al cielo del Nabucco

Il cambiamento fondamentale è questo approccio differente nei confronti della morte e quindi della vita. Ciò che ci spinge ad agire e a svegliarci la mattina non è nient’altro che la nostra finitudine. Il nostro essere mortali ci permette di agire e di voler continuare ad esistere.

Altro giro di lancetta

Io matura, io l’acerba

Mi hanno dato tanti appellativi

Ma tu chiamami La Certa

Come ci dicono anche i proverbi popolari “L’unica cosa certa è la morte” o “Sicuro come la morte”. Non possiamo togliere l’elemento mortale dalla nostra vita. Anzi, dobbiamo “ascoltare la morte” che ci continua a ripetere:

Prima che l’uscio si chiuda

Voglio che tu viva la tua vita proprio come se ne avessi una

Ogni trama è tessitura

Vorresti dimenticarmi ma tutto parla di me

Che sono l’unica realtà evidente

Ti immagini, non ci fossi

Di sicuro non avresti combinato la metà di niente

Sono anni che ti sprono a dare il meglio

Vivere a fondo, vivere veramente, vivere sempre nel e per il nostro essere: questa è la difficoltà che dobbiamo affrontare. Preferiamo però accontentarci e rimanere in una dimensione in cui il dolore “si sente meno”.

La morte nella canzone di Caparezza ricorda all’uomo: «Ma tu vivi nelle ombre degli inganni / Forse quando partiremo sarai vecchio / Con le tue valigie colme di rimpianti».

Heidegger a tale proposito scrive:

La morte è una possibilità di essere che l’esserci stesso deve sempre assumersi da sé. Nella morte l’esserci sovrasta se stesso nel suo poter-essere più proprio. In questa possibilità ne va per l’esserci puramente e semplicemente del suo essere-nel-mondo.

L’ultimo passo da fare, una volta rivoluzionato il proprio modo di esistere “anticipando” la morte, è quello di trascendere. Questa fase, però, non corrisponde ad un andare fuori da questa vita, ma al rimanere sempre qui ed ora. Bisogna passare a una nuova vita in cui si vive sempre nella dimensione in cui si era precedentemente, ma con una differenza essenziale: un nuovo sguardo verso il mondo, un modo diverso di esistere.

Possiamo anche vederla come il filosofo francese Henri Bergson secondo il quale dobbiamo tornare al nostro stato originario. Quindi, propriamente, tale prospettiva della trascendenza non consiste in qualcosa di nuovo in senso stretto, ma corrisponde a un ritornare nuovamente al modo di esistere più consono al nostro essere dal momento che questo, nelle diverse epoche, è stato sostituito nella vita quotidiana con surrogati.

Infatti come canta Caparezza in Exuvia:

Mi son preso i miei spazi

Ma ho lasciato che il tempo fuggisse

Faccio un mucchio di cambi

Quindi adesso chiamatemi mister

Continuiamo a trasformarci e a definirci in ogni nostra azione.

Serve dunque un’ultima evoluzione, ma perché? Come scrive Caparezza:

Chi ti spinge dopo quella soglia? Se non è la noia, sarà il tuo dolore

L’occasione buona per andare altrove, tipo fuori

Questo salto qualitativo non è dato dunque solo da un impegno razionale, ma soprattutto dal riconoscimento di un atteggiamento totalmente umano: affrontare il dolore. È proprio la sofferenza che ci porta e ci spinge a cambiare il nostro modo di vivere, richiamandoci ad un approccio autentico che predilige sempre il nostro essere, senza acconsentire alle proposte sostitutive che rimangono in un campo neutro, superficiale, banale.

Si ottiene così l'”exuvia” di cui Caparezza racconta nell’ultima traccia dell’album e per il quale compie questo enorme viaggio complesso. Si tratta di un cambiamento radicale che lascia elementi sbagliati e dannosi alle spalle per poter proseguire, affrontare il dolore che ci pone l’esistenza stessa e così vivere in una modalità di esistere autentica.

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