Viviamo nei social o per i social?

Tema trattato e ritrattato fin dalle scuole medie nelle sue mille sfumature, troppo spesso l’argomento “social” rischia di diventare la predica che nessun ragazzo ascolta più. Ma un aspetto che ormai invade (e condiziona) così tanto le vite di ragazzi, adulti e, talvolta, bambini non può essere trattato con banalità: il rischio è, infatti, che ne vengano sottovalutati gli aspetti più delicati e che ci si dimentichi che, oltre ad offrire tante opportunità, richieda altrettante responsabilità. 

“Sapete qual è la fonte principale di informazione dei ragazzini dai 13 ai 16 anni? Tik Tok” ha  affermato Beppe Severgnini durante la rappresentazione teatrale del 3 ottobre al Teatro Sociale di Trento, sottolineando come i social siano la piattaforma (spesso impropria) più utilizzata come fonte di notizie, e anche come tutti noi, dai più anziani ai più giovani, viviamo ormai immersi in questa realtà digitale. Mostriamo la nostra vita, più o meno realisticamente, abbiamo degli amici, parliamo con persone vere da dietro uno schermo. La pericolosità di questi strumenti però non risiede in questi atteggiamenti di per sè, ma si manifesta nel momento in cui non solo si ha una vita sui social, ma si vive per i social.
Non si parla della solita predica reiterata del “Sembra che per i giovani di oggi non si possa fare più nulla senza condividerlo sui social, ormai non si ha più privacy”, ma della dinamica ancora più contorta che questa affermazione genera. Spesso, infatti, i social diventano uno strumento di condivisione non solo della vita perfetta di ognuno di noi, ma anche degli orrori e dei crimini commessi da qualcuno. In questa ragnatela digitale di interconnessioni, avvenimenti di questo genere trovano poi, che sia per sdegno o per accordo, una straordinaria risonanza. Dagli atti vandalici, alle challenge pericolose, fino ad arrivare a reati più gravi. Un esempio recente è il caso dello stupro di Palermo: i sette ragazzi hanno filmato l’accaduto e l’hanno pubblicato sui social. Allo stesso modo anche per gli stupri di Caivano le dinamiche sono state simili: in questo caso i colpevoli hanno filmato le violenze e poi diffuso i video tramite chat. 

Tralasciando i “vantaggi” secondari che la pubblicazione di un reato sui social ha per le autorità (spesso infatti questo permette di identificare i colpevoli o eventuali complici nel caso in cui non siano stati riconosciuti), questo avviene a discapito della riservatezza e del dolore della vittima del reato stesso.   

Nel caso dello stupro di Palermo i social sono stati il veicolo attraverso cui la vittima è stata totalmente esposta al mondo di internet e alle opinioni più disparate della gente. È stata privata della libertà di scegliere se parlare o meno dell’accaduto, di mantenere la riservatezza sulla tragedia che stava vivendo. Un video ha parlato al posto suo. Video che poi è stato cercato e ricercato sui social da migliaia di utenti curiosi o perversi. Una ragazza di diciannove anni ha quindi dovuto affrontare non solo la tragedia personale, ma anche quella “mediatica”, investita da migliaia di critiche che la trasformavano da vittima a colpevole; tanto da implorare questi sconosciuti dietro ad uno schermo di fermarsi. 

Perché il vero problema in questi casi è che i social danno voce e modo di esprimersi a tutti. La vita nei social è molto più libera, ha poche regole. Gli stupratori hanno quindi potuto condividere con facilità il video del proprio reato, senza grandi conseguenze, se non si contano quelle legali.
Gli schemi poi sui social sono spesso rovesciati: come i carnefici hanno raccolto critiche e odio, così è successo anche alla vittima. Ciò che attira probabilmente i colpevoli a mostrarsi sui social, oltre alla banale stupidità, forse è proprio questo: non esiste un confine netto tra giusto e sbagliato proprio perchè quel confine viene creato dagli utenti. Quindi per ogni commento di sdegno nei loro confronti ce ne sarà uno (o poco meno) che in qualche modo li giustifica. 

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