Rabbia: nemica o alleata?

Cosa proviamo esattamente quando siamo arrabbiati? Che tipo di emozione è la rabbia e come possiamo usarla a nostro favore? In punta di piedi, in questo articolo proveremo ad avere una panoramica generale sull’argomento, cercando poi di approfondire cosa ci porta a questo sentimento e come gestire le nostre reazioni.

Dal mondo della psicologia ci arriva una semplice e utile classificazione delle nostre emozioni, divisibili in primarie e secondarie, che può essere un buon punto di partenza per la nostra riflessione. La rabbia, in particolare, rientra nel primo gruppo: insieme a paura, tristezza, gioia, sorpresa, disprezzo e disgusto (secondo l’elenco di Ekman) è, infatti, un’emozione innata riscontrabile in qualunque popolazione. Alla seconda categoria, invece, appartengono tutte quelle reazioni come la vergogna, la gelosia e l’invidia che sono il frutto di una combinazione delle primarie e che si sviluppano con la crescita e l’interazione sociale. 

Fatta questa distinzione, è ancora più chiaro che la rabbia rientri tra le primarie. Ci appartiene, infatti, da quando abbiamo iniziato a sentirci dire i primi no da bambini: è con noi in molti dei nostri momenti peggiori, come naturale e presumibile parte del dolore, e migliori, come un inconveniente che sembra terribile sul momento e viene dimenticato quando tutto si sistema. Tuttavia, nonostante la sua connotazione negativa, correlata al ragionevole modo in cui la vediamo interferire nelle nostre relazioni o in cui ci a volte ci può spaventare, è in realtà una nostra alleata: cerchiamo di capire in che modo.

Il professor Ryan Martin, in un intervento per TEDX Talk del 2018, ha delineato perfettamente questa emozione, segnalandone le seguenti tappe principali: lo stato emotivo iniziale, la provocazione, la valutazione (la primaria seguita dalla secondaria). 

Anger doesn’t happen in a vacuum, spiega Martin: essere affamati, assonnati, stressati o in ritardo ad un appuntamento sono tutti fattori che possono rendere la nostra percezione della provocazione più o meno intensa. Per quanto riguarda quest’ultima nello specifico, poi, è possibile individuare alcuni elementi generali: qualcosa di sgradevole, ingiusto, che non possiamo controllare o che impedisce il raggiungimento dei nostri obiettivi è generalmente percepito come un’istigazione alla collera; tuttavia, non sono queste provocazioni in primo luogo a farci arrabbiare. Dopo il nostro stato emotivo, infatti, ad avere una significativa influenza è la valutazione immediata che diamo della situazione in sé: è giusta o no? È biasimevole o punibile? Dopodiché segue una seconda interpretazione del fatto, più personale, con la quale valutiamo l’impatto sulla nostra vita: è la cosa peggiore che mi potesse succedere o posso in qualche modo gestirla? In questa fase le reazioni possono essere varie e molteplici. Qualcuno che guida piano davanti a noi, ad esempio, può infastidirci, ma non è un grande problema quando non abbiamo urgenze; se però siamo diretti ad un importante colloquio, la situazione cambia: quella persona merita i nostri insulti e non importa il motivo per cui non superi i 30 km/h (pretenziosità), perché ci sta facendo perdere il lavoro dei sogni, sarà la causa della nostra infelicità (catastrofismo) e non raggiungeremo mai i nostri obiettivi (generalizzazione).

Ora, così come la paura ci avverte del pericolo, la rabbia è un campanello d’allarme per le ingiustizie, è il modo in cui il cervello ci comunica che ne abbiamo abbastanza e ci spinge a farci valere. E non si tratta solo di una sensazione: iniziamo a sudare, il respiro e i battiti aumentano e, grazie alla nostra reazione neurologica di fight-or-flight, la digestione rallenta (motivo per cui la bocca diventa secca), i vasi sanguigni si dilatano e perciò il viso diventa rosso e via dicendo. Ora, se questa reazione fisiologica poteva essere utile ai nostri antenati, noi non possiamo dare i numeri ogni volta che siamo in qualche modo provocati. Siamo in grado, però, di controllare le nostre emozioni e reazioni.

Agli stimoli di cui abbiamo parlato, infatti, esistono diverse risposte che possiamo far nostre e che possono rendere la rabbia, sentimento di per sé legittimo e benvoluto, uno strumento per migliorare le circostanze intorno a noi. Vediamo allora due delle varie strategie per tenere a bada le reazioni più irrazionali.

  1. Una buona comunicazione

Non a caso, non è la prima volta che, in questa rubrica, menzioniamo il dialogo come chiave di soluzione: il potenziale di un confronto maturo con gli altri o con la situazione del momento ci permette di mantenere lucido il nostro punto di vista e di non dire o fare cose di cui pentirci immediatamente. Arrabbiarsi va bene, urlare contro a chi ci sta intorno, invece, non tanto; inoltre, soprattutto nelle relazioni con gli altri, la collera è spesso una reazione a qualcosa che ci ha feriti e nascondere il dolore dietro alla rabbia non è mai molto efficace.

  1. Ricostruzione cognitiva

Per quanto dal nome possa sembrare difficile, questa opzione consiste semplicemente nel cambiare il modo in cui pensiamo. Non che modificare le nostre reazioni sia cosa da poco, ma, con un po’ di attenzione, dei piccoli progressi sono sicuramente alla portata di tutti. Come accennato precedentemente, infatti, nella seconda fase di valutazione della “provocazione” tendiamo ad imprecare, parlare in termini molto coloriti o ad essere particolarmente catastrofici: insomma, per quanto la rabbia sia motivata, diventa facilmente irrazionale. Per contrasto, allora, possiamo usare logica e razionalità ed evitare di generalizzare, ad esempio. “Fate attenzione”, ci consiglia l’American Psychological Association, “a parole come “mai” o “sempre” quando parlate di voi stessi o di qualcun altro. Questa macchina non funziona mai o dimentichi sempre le cose non sono solo imprecisioni, ma servono anche a farvi sentire che la vostra rabbia è giustificata e che non c’è modo di risolvere il problema. Inoltre alienano e umiliano le persone che altrimenti potrebbero essere disposte a lavorare con voi su una soluzione”.

Insomma, di questo sentimento primario è difficile sbarazzarsi; anzi, a quanto pare, liberarsene è tutt’altro che necessario. Essendo però una nostra normale reazione a ciò che ci circonda che, il più delle volte, ci lascia con tanto amaro in bocca e nessuna soluzione, quello che in primis possiamo fare è stabilire cosa può davvero avere il potere di rovinare i nostri momenti: una cassiera lenta al supermercato, ad esempio, ne vale la pena? Inoltre, in secondo luogo e in base alle circostanze, accettare quello che proviamo è importante perché ci permette di gestirlo e, nel caso della rabbia in particolare, di incanalarlo verso qualcos’altro e renderlo produttivo

Il già citato professor Martin ha concluso il suo discorso con queste parole: “mi piace pensare alla rabbia come ad un incentivo […] che ti può motivare a rispondere alle ingiustizie. Alcune delle cose menzionate all’inizio sono sciocche, ma il razzismo, il sessismo, il bullismo, la distruzione dell’ambiente sono reali e terribili e l’unico modo per provare a sistemarle è prima di tutto arrabbiarsi, poi reagire. E non dobbiamo farlo con aggressività, ostilità o violenza. Ci sono infiniti modi di esprimere la rabbia: protestare pacificamente, fare donazioni o volontariato, creare arte, letteratura, poesia, musica o una comunità che diventi una rete di supporto. Quindi, la prossima volte che ti sentirai così, invece di respingere questa sensazione, spero che ascolterai cosa quella rabbia ti sta dicendo e che la canalizzerai in qualcosa di positivo e produttivo”.

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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