Al di là

Ormai era diventato un rito, un meccanismo che poteva vantare già il nome di tradizione, seguiva sempre lo stesso procedimento, quasi a renderlo solenne. Tutto partiva da una lunga calda doccia, di quelle che lavano via la giornata di dosso; assaporavo già con la mente ciò che  mi attendeva.

Uscivo e l’abito stava lì, appeso ad aspettarmi, quasi volesse mettermi fretta per evitare un ritardo. “Vorrei indossarlo così,” pensavo “nudo e bagnato”; ma resistevo ogni volta. Peccato. Mi pettinavo, filo interdentale, ammorbidivo l’aspetto grezzo della rasata con la crema, una spruzzata di profumo; tutto per sentirmi stupendo.

Tutto per lei.

Per me era veramente importante. Avere un appuntamento, aspettarlo tutta la settimana sapendo che sarebbe passato in un respiro; faceva parte del gioco. Arrivavo in anticipo, la prenotazione già in mano, mi sedevo quando non c’era nessuno, volevo che lei si sentisse attesa. Penso ad ora, a quanto sia veramente attesa.

Mi manca!

Mi manca il mio appuntamento con l’arte a teatro. Mi manca vestirmi bene, farmi e sentirmi bello. Mi manca abbandonarmi ad una semplice sedia e perdermi, naufragare.

Mi manca essere spettatore. 

Anche noi facciamo parte del teatro, perché è questo il potere di questa forma d’arte: includere tutto; luci, ombre, dialoghi, musiche, ballo, attori, costruttori, scrittori e soprattutto spettatori.

Essere spettatore, a mio parere, vuol dire imparare a farsi trovare pronto. Un po’ come la vita, non sai mai cosa può succedere: risate, pianti, corpi leggeri e rumori pesanti, luce, buio, soddisfazioni, delusioni, perdite di tempo.

Sono molte le realtà teatrali che hanno risposto alla situazione inventando, cambiando, ognuna a suo modo. Forse è ora che gli spettatori siano pronti ad assecondarle, si mettano in moto e vadano alla ricerca dell’arte a teatro. Lei c’è e ci aspetta, ha solo cambiato luogo d’incontro, aspetto, voce. Questa può essere un’occasione per reinventare anche il modello di spettatore; qualcosa oltre un’immobile figura facilmente sostituibile con la cartapesta.

Biagio Cerantola

Quando il "meno-peggio" diventa l'abitudine, il giornalismo diventa un vizio

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