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Concorsi e formazione: la voce dei sindacati

Intervista a Sandra Boccher

Per la rubrica “Cara, vecchia scuola”, del collettivo Un’Altra Scuola

La nostra rubrica si avvia ormai alla sua conclusione, ma a non finire mai sono i nuovi punti di vista possibili sul tema della scuola: in questa penultima puntata vi voglio proporre quello dei sindacati

Spesso, infatti, parlando di “sistema” ed “ecosistema” scolastico, abbiamo insistito su come esso sia formato non solo da studenti e insegnanti, ma da una rete di “attori” provenienti da diversi spazi della società: la politica, l’editoria e anche il mondo dei sindacati, di cui è rappresentante l’ospite di oggi.

La professoressa Sandra Boccher, referente dei dirigenti scolastici aderenti a FLC CGIL Trentino e lei stessa dirigente di istituti comprensivi dal 2008, è anche presidente dell’associazione Proteo Fare Sapere, di cui abbiamo parlato al termine di questa interessante intervista. 

Professoressa, io comincerei con la nostra ormai usuale grande domanda: quali sono oggi le tre maggiori criticità del nostro sistema scolastico, secondo Lei?

Il problema più grave, perché a cascata provoca una serie di altre criticità, è che la scuola è divisa fra due quadri di riferimento molto diversi: da un lato la scuola come azienda, dall’altro come strumento di una comunità democratica. La scuola-azienda è governata da principi di efficienza, produttività e competizione, orientata a produrre il cosiddetto “capitale umano” in grado di far funzionare il sistema socio-economico. In questo modello l’insegnante è ridotto a un formatore di futuri lavoratori: un compito importante, certo, ma che non può essere l’unico focus. La scuola come la vorremmo noi, invece, si realizza quando la comunità educante, attraverso i valori di cui è portatrice, riesce a diventare un laboratorio di cittadinanza. Non si deve dimenticare che l’essere umano è fine, mai mezzo. 

Un’altra questione centrale è il sistema dell’inclusione, fin qui considerato all’avanguardia, in particolare sul piano trentino, ma in realtà decisamente superato. Dal mio punto di vista – ma non solo – questo va ripensato, superando le eccessive categorizzazioni dei vari bisogni educativi speciali e coinvolgendo davvero tutti i membri della comunità scolastica nella lotta alla discriminazione.

L’ultimo punto, anche se non per importanza, è quello legato ai docenti: bisogna trovare la via per valorizzarli veramente – anche dal punto di vista economico e sociale – attivando in loro la capacità di indirizzare la propria crescita professionale. Solo così potranno davvero contribuire al progresso della comunità scolastica, soprattutto in un momento così difficile.

Tre punti molto interessanti – in particolare, in questo contesto, quello degli insegnanti. Ci può spiegare cosa significano esattamente quei termini che sentiamo spesso usare dai media, ma spesso forse senza comprenderli, che sono i concorsi e le sanatorie?

Partiamo da un quadro più generale: secondo FLC CGIL in Italia manca, da almeno vent’anni, un piano organico di formazione e accesso all’insegnamento. Per diventare insegnante a tempo indeterminato non basta la laurea (ad eccezione di quella in Scienze della Formazione, per le scuole primarie e dell’infanzia), ma serve l’abilitazione all’insegnamento. Dal 2000, per arrivare all’abilitazione si sono susseguiti tanti strumenti diversi: la SSIS, il TFA, il PAS, i concorsi abilitanti, ora i 24 crediti e i concorsi a cui si può accedere anche senza abilitazione, poi prevista in un percorso successivo di un anno. Ogni ministro insomma ha portato con sé nuovi interventi estemporanei, mirati di fatto a soddisfare le aspettative di chi lavora a scuola in quel momento e aspetta delle risposte in termini di occupazione stabile

Molti sono i docenti che, dopo tre anni di servizio, si sono visti rinnovare il contratto senza prospettive certe per l’abilitazione, cioè l’agognato posto fisso. Alcuni di loro prestano servizio da molto più tempo, in sostanza sono sfruttati dal sistema: e oggi c’è un grande bisogno di insegnanti nelle nostre scuole, perciò è necessario adottare delle soluzioni tampone. Secondo noi, però, è necessario però anche progettare un percorso organico indirizzato verso l’insegnamento già a partire dall’università, come accade per Scienze della Formazione Primaria. Un sistema coerente e finalizzato, coordinato con le esigenze reali della scuola, per evitare non solo il precariato in sé, ma proprio quel senso di precarietà dato dal non sapere quale sarà il percorso che condurrà ad un posto di lavoro stabile.

Arrivo quindi a spiegare quei termini che sono oggi particolarmente utili per capire il mondo della scuola. La nostra Costituzione prevede che il personale sia stabilizzato attraverso concorsi pubblici, i quali dovrebbero garantire equità e meritocrazia. Questi possono essere ordinari, cioè aperti a tutti coloro che hanno il titolo per accedervi, oppure straordinari, quando si richiedono ulteriori requisiti (ad esempio aver svolto tre anni di servizio). Poi ci sono le sanatorie, procedure straordinarie che assumono non per titoli ed esami ma per soli titoli, uscendo così dai limiti tracciati dalla Costituzione. Di solito però (anche se non sempre) sono destinate a un numero esiguo di candidati, in situazioni eccezionali.

Nel corso di queste interviste abbiamo parlato più volte del fatto che negli ultimi anni ci sono stati quasi più sanatorie e concorsi straordinari che ordinari… Questo problema riguarda anche gli studenti e le studentesse, in quanto destinatari del servizio che la scuola dovrebbe offrire, e solleva un dubbio: se alcuni dei docenti, ormai immessi nella scuola per “altre vie”, non fossero idonei a un compito così delicato qual è quello educativo? 

È una questione molto delicata, che andrebbe valutata caso per caso. Pur sottolineando l’importanza dei concorsi ordinari, bisogna tener conto delle contingenze: in questo momento abbiamo tanti docenti che stanno prestando da anni il proprio servizio nella scuola a tempo determinato, qui in Trentino anche avendo superato il cosiddetto “anno di prova”. E insegnare non richiede solo una solida preparazione teorica, ma tante competenze diverse: ciò su cui bisogna lavorare è un percorso formativo completo, che coinvolga sia scuola che università.

Secondo lei, quindi, come si potrebbero migliorare i percorsi di formazione e di selezione degli insegnanti? Quali esperienze interessanti può offrire il Trentino, grazie a quella autonomia scolastica di cui avevamo parlato anche con Mariapia Veladiano, magari da implementare a livello nazionale?

Ci sono dei limiti normativi anche all’autonomia del Trentino per quanto riguarda un sistema così complesso come il reclutamento dei docenti. Si potrebbe cominciare con degli accordi con le università del nostro territorio, quelle di Trento e Bolzano così come quelle venete, per definire un percorso organico e coerente, che abbia un vero e proprio senso, una direzione. L’autonomia può però indubbiamente fornire spazi di riflessione e sperimentazione, com’è accaduto spesso in passato – ad esempio con la lungimirante Legge Salvaterra del 2007. 

Proporreste cioè un corso di studi simile a quello che esiste oggi ad esempio in Germania, dove i futuri insegnanti, all’interno di una facoltà di “insegnamento”, frequentano corsi specifici per questo ambito, accanto ai corsi di due materie tratti dalle altre facoltà?

Esattamente: l’insegnante non ha bisogno solo di una solida preparazione nelle discipline, ma di competenze legate alla psicologia, alla pedagogia, alla didattica, alla capacità di osservazione e di ascolto, di una comunicazione efficace. Non voglio parlare di “missione”, perché sarebbe un termine un po’ anacronistico, però un insegnante deve di certo essere molto consapevole del compito che va ad affrontare,  perché avrà tra le mani la materia più preziosa: i bambini e le bambine, le ragazze e i ragazzi. Non ci si può permettere di scegliere questa carriera, come spesso accade, in modo quasi “casuale” perché non si trova subito impiego nel proprio ambito di studio.

Per ritornare invece sul problema della selezione: il fatto di avere un percorso di studi già strutturato fin dall’inizio per concludersi nell’insegnamento sarebbe di per sé una garanzia dell’idoneità dei futuri insegnanti al loro delicato compito anche in termini di attitudine e soprattutto di motivazione?

Secondo me questo percorso dovrebbe portare in maniera sì più lineare, ma comunque inevitabile, ai concorsi, che sono un momento di prova necessario, sia per il sistema che per il singolo. Per il singolo, però, un periodo di studi strutturato in questo modo avrebbe di certo un valore orientativo: nel corso di cinque anni sarebbe più facile rendersi conto se quella è davvero la propria strada.

Per concludere vorrebbe raccontarci, in due parole, di cosa si occupa la sua associazione, Proteo Fare Sapere?

Molto volentieri! Vi informo anche della possibilità, se lo desiderate, di collaborare con Proteo: abbiamo molto bisogno delle idee degli universitari e dei giovani in generale. Proteo Fare Sapere è un’associazione nazionale, organizzata però su base territoriale, riconosciuta dal Ministero dell’Istruzione come soggetto qualificato per la formazione. Tra le varie attività organizza corsi di formazione per il personale della scuola e dell’università, in un continuo confronto con l’ambito nazionale ed europeo, non solo per la preparazione dei concorsi. A settembre, ad esempio, abbiamo in programma due importanti convegni su temi che ci stanno particolarmente a cuore: le nuove tecnologie applicate alla didattica e il contrasto all’omofobia e la valorizzazione delle differenze.

Grazie mille per questo invito, che accolgo con piacere come rappresentante della nostra associazione Un’Altra Scuola, ma rivolgo soprattutto a tutti i nostri lettori e le nostre lettrici. Alla prossima puntata!

Potete trovare il podcast completo dell’intervista sulle pagine social di Un’Altra Scuola o nell’archivio di Sanbaradio, a questo link.

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