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Vivere senza plastica: semplici istruzioni per l’uso

Da quando è stata creata, più di 100 anni fa, la plastica è diventata un elemento indispensabile per la nostra vita quotidiana. Questo materiale ha infatti il vantaggio di essere economico, flessibile e, molto spesso, si rivela vitale, per esempio nelle sue applicazioni in campo medico. Il problema principale, però, è che richiede secoli per essere smaltita: si pensi che una singola bottiglietta d’acqua in mare potrebbe impiegare circa 450 anni per decomporsi.

Dalla tundra artica alle più profonde fosse oceaniche, persino nell’Antartico, gli scienziati hanno trovato plastica praticamente ovunque sulla terra. Tutto questo non dovrebbe sorprenderci, se consideriamo la lunghezza dei tempi di decomposizione, la produzione in vaste quantità e il larghissimo uso quotidiano che ne facciamo.

Eppure molti di noi, come se nulla fosse, continuano a usare e ad abusare di questo materiale. In “How to give up plastic“, una delle sue ultime pubblicazioni, Will McCallum, responsabile di Oceans Greenpeace Uk, ha messo in luce come la plastica monouso (per intendersi, quella che viene utilizzata una volta e poi gettata via, per esempio bottigliette, cannucce, contenitori di vario tipo ecc..) rappresenti una delle più grandi minacce del mondo di oggi e di domani. Ovviamente il problema non è solo nei consumatori, ma sta alla radice, nell’industria e nelle multinazionali, come per esempio la Coca-Cola Company, che continuano a produrre tonnellate di plastica senza avere a disposizione un piano efficace sullo smaltimento dopo l’utilizzo da parte dei consumatori. Si potrebbe tentare un azzardo e sostenere che il problema sia ancora più a monte, nella mentalità usa e getta che domina il nostro secolo. Oggetti che utilizziamo solo per alcuni minuti (si pensi al tempo impiegato per bere un drink con la cannuccia in un bicchiere di plastica) impiegheranno secoli e secoli a decomporsi. Stiamo consegnando alle future generazioni un mondo in cui nell’oceano, entro il 2050, potrebbe esserci più plastica che pesci.

Davanti a scenari di questo tipo, quasi apocalittici, è facile scoraggiarsi. Tutti noi siamo accompagnati dall’amara consapevolezza che, per quanto ognuno di noi possa impegnarsi nelle proprie battaglie quotidiane contro l’inquinamento, il grande cambiamento debba venire dall’alto. Ma questa cognizione non deve paralizzarci, ma, al contrario, deve spingerci ad agire e a far sentire la nostra voce. Siamo in primis noi, cittadini e consumatori, a dover prendere coscienza della situazione e diffondere consapevolezza con i nostri amici, conoscenti e, soprattutto, con i negozi da cui acquistiamo più spesso, incoraggiandoli ad adottare un approccio più sostenibile.

Venendo al dunque: cosa possiamo fare noi per ridurre l’impatto ambientale causato dalla plastica? La risposta è tanto semplice quanto apparentemente scomoda: usarne il meno possibile. Infatti, nonostante molti di noi credano di avere la coscienza pulita acquistandone grandi quantità per poi riciclarla, non tutta la plastica viene effettivamente smaltita nel modo corretto e, in ogni caso, l’eliminazione di una così grande quantità di materiale richiede un enorme dispendio di energia.

Possiamo stabilire la regola delle 4 R per vivere senza plastica:

1. Rifiutare plastica quando questa ci viene offerta, per esempio al supermercato o al bar, portando sempre con noi una borraccia, delle buste per la spesa riutilizzabili e una tazza da far riempire al bar.

2. Ridurre il nostro consumo di plastica preferendo materiali biodegradabili.

3. Riutilizzare oggetti di plastica se non si può evitare di comprarne.

4. Riciclare sempre la plastica che compriamo.

Will McCallum ci offre preziosissimi consigli su come adottare un approccio plastic-free in casa. Il bagno di casa nostra sarà sicuramente la stanza che contiene più plastica: prodotti come saponi, detergenti, prodotti per il viso e per i capelli e così via sono tutti contenuti in imballaggi di plastica. Un buon passo per cominciare sarebbe comprare quei saponi e shampoo solidi che stanno iniziando a diffondersi in commercio. Il problema, sfortunatamente, non è solo costituito dall’imballaggio: molti prodotti per la cura del corpo contengono microplastiche, ovvero piccoli pezzi di plastica solitamente di dimensione inferiore a 5mm. Spesso le microplastiche sono elencate tra gli ingredienti dei prodotti con i seguenti nomi: Polyethylene (PE), Polypropylene (PP), Polyethylene therephthalate (PET), Polytetrafluoroethylene (PTFE), Nylon. Per quanto riguarda i cotton fioc, già banditi in paesi come Francia e Scozia, si possono usare alternative in bamboo e lo stesso vale per gli spazzolini.

I vestiti che indossiamo sono una delle maggiori cause dell’inquinamento dei mari. Infatti, materiali come nylon e poliestere al lavaggio rilasciano microplastiche che finiscono dritte in mare. Questi microgranuli vengono poi ingeriti da zooplancton, come il krill (termine norvegese che indica diverse specie di creature marine invertebrate) o altri animali alla base della catena alimentare oceanica, i quali vengono mangiati da altri pesci che potrebbero addirittura finire sulle nostre tavole. Per ridurre il disagio bisognerebbe senz’altro comprare meno capi di abbigliamento e, quando lo si fa, optare per il vintage o l’usato. Si dovrebbe evitare di acquistare vestiti costituiti da materiali sintetici ma, se proprio non se ne può fare a meno, preferire vestiti fatti con plastica riciclata, sempre facendo attenzione al lavaggio. Per impedire il rilascio di microplastiche è consigliato lavare a temperature più basse possibili, il tutto nella speranza che tra qualche anno saranno disponibili lavatrici con filtri ad hoc.

Dal momento che la maggior parte dei prodotti nei supermercati è contenuta in imballaggi di plastica, fare una spesa plastic-free non è semplice. Tuttavia, sostituire le buste che ci vengono consegnate al supermercato con sacchetti riutilizzabili potrebbe essere la cosa più semplice da fare per ridurre il nostro consumo di plastica. Inoltre, è sempre possibile esplorare le alternative locali ai grandi supermercati, cercando piccoli negozi in cui sia possibile comprare sfuso.

La fretta è il nemico numero uno dell’inquinamento. Quando siamo impazienti di comprare qualcosa, infatti, accettiamo quasi tutto quello che ci viene offerto, non importa il danno che questo causerà all’ambiente. Dunque, per ridurre il nostro consumo di plastica, in breve, il cambiamento più radicale da fare è quello di pianificare sia i nostri acquisti sia il luogo in cui farli. Per esempio, anziché ritrovarsi a comprare insalate imballate in plastica al supermercato per la pausa pranzo, dovremmo pianificare i nostri pasti e cucinare in grandi quantità la settimana precedente, così da avere sempre del cibo pronto a portata di mano.

Il modo in cui scegliamo di comportarci non ha conseguenze solo su di noi, ma anche sugli altri e, nei casi come quello dell’inquinamento, sull’intero pianeta e sulle svariate forme di vita che esso supporta. Ecco perché abbiamo il dovere di impegnarci insieme a costruire un mondo nuovo in cui la coscienza sia più importante della comodità e oggetti come buste, posate, imballaggi di plastica e tanti altri siano ormai passati di moda, gettati nel dimenticatoio di un passato di inutili sprechi.

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