La filosofia è morta?

Non c’è miglior modo di cominciare a raccontare la fine di una storia, quella della filosofia, se non rifacendosi al suo inizio, al suo principio. Prima ancora di domandarsi se la filosofia sia morta, quindi, è doveroso domandarsi “che cos’è la filosofia? Chi è il filosofo?”, interrogarsi sulla sua nascita e, quindi sul destino che quella nascita magnifica e angosciosa reca con sé.
Le origini della filosofia greca, e quindi dell’intero pensiero occidentale, sono misteriose. Secondo la tradizione erudita, la filosofia nasce con Talete e Anassimandro: […]. Ma in realtà il tempo delle origini della filosofia greca è assai più vicino a noi. Platone chiama “filosofia”, amore della sapienza, la propria ricerca, la propria attività educativa, legata a un’espressione scritta, alla forma letteraria del dialogo. Platone guarda con venerazione al passato, a un mondo in cui erano esistiti davvero i “sapienti”. D’altra parte la filosofia posteriore, la nostra filosofia, non è altro che una continuazione, uno sviluppo della forma letteraria introdotta da Platone; eppure quest’ultima sorge come un fenomeno di decadenza, in quanto “l’amore della sapienza” sta più in basso della “sapienza”. Amore della sapienza non significava infatti, per Platone, aspirazione a qualcosa di mai raggiunto, bensì tendenza a recuperare quello che già era stato realizzato e vissuto. Non c’è quindi uno sviluppo continuo, omogeneo, tra sapienza e filosofia. […].” (Giorgio Colli, “La nascita della filosofia”, Adelphi, Milano, 1975, pp. 13-21). Queste le parole del filosofo italiano Giorgio Colli nel suo volumetto dedicato alla nascita della filosofia, che fin dal principio rendono ragione dell’essenza e dell’esistenza stessa della filosofia. Continua Colli, se “sapiente è chi getta luce nell’oscurità, chi scioglie i nodi, chi manifesta l’ignoto, chi precisa l’incerto”, chi, per dirla con Gadda, cura i “bernoccoli metafisici” dell’uomo, per questa civiltà arcaica destinata a diventare anche la nostra civiltà, la conoscenza dell’uomo e del mondo appartiene alla sapienza. In quest’ottica, i culti delle divinità simboleggiano questo occhio penetrante e, in particolare, il culto di Apollo si manifesta come una celebrazione della sapienza: il fatto che Delfi sia un’immagine unificante (per certi aspetti il punto dal quale tutto è iniziato e nel quale di necessità tutto ritorna) ci dice qualcosa di più, ovvero che la conoscenza fu, per i Greci, il massimo valore della vita.
Niente di più distante dal nostro tempo, dalla nostra epoca, dalla nostra vita.

Ecco allora che, una volta tramontata la filosofia come επιστήμη (“ciò che sta su da sé”), cioè la filosofia come scienza a carattere universale o, se si preferisce, la filosofia come scienza prima, quel che rimane sul tavolo della mensa non sono altro che briciole.
La mancanza di senso o, meglio, la mancanza di una ricerca di senso dell’età contemporanea sembrerebbe lasciar tempo e spazio solo alla razionalità pragmatico-tecnologica o ad una spiritualità astratta e irrazionale. Ciò che permette di parlare di una morte più o meno evidente della filosofia è il tramonto di una filosofia che faccia storia, che faccia scuola, che faccia sistema favorendo così un passaggio di consegna verso le discipline scientifiche.
Già Hawking diceva che “gli scienziati sono diventati i portatori della torcia della scoperta nella nostra conoscenza” perché “i filosofi non sono stati al passo con i moderni sviluppi della scienza”: se da un lato la scienza si è evoluta, dall’altro, invece, la filosofia è arretrata. Tra il sentire comune c’è dunque chi ritiene che la filosofia sia morta e chi, più compassionevole, ritiene che sia semplicemente malata; sia gli uni che gli altri sembrano però essere d’accordo sullo statuto di fondo per cui la filosofia è passata da essere ancella della teologia a essere ancella delle scienze.

Senza aprire un vaso di Pandora sul confronto fra filosofia e scienze (in merito a cui molto è stato già scritto e molte cose ci sarebbero ancora da dire) quel che è importante evidenziare è la crisi della filosofia e, in particolare, rilevante diventa la presa di coscienza di questa crisi. Esserne coscienti, infatti, permette a tutti i pensatori di tutte le epoche di comprendere davvero il proprio tempo e produrre così arte e pensiero. Dunque che importa se si scopre prima o dopo che quella crisi non c’era o, al contrario, che c’è sempre stata? Non si può però negare che quella filosofia unica e sola fra le scienze ad essere nata grande, dal momento che “i primi passi della sua storia non sono l’incerto preambolo a un più maturo sviluppo del pensiero, ma stabiliscono i tratti fondamentali del suo intero decorso storico” (Emanuele Severino, “La filosofia antica”, Milano, Rizzoli, 1984, pp. 17-19), è ormai tramontata, e noi con lei.

Oggi come oggi l’automatismo è la potenza universale, la tecnica è la lingua universale; ciò non vuole diventare la solita cantilena nauseabonda sui pericoli della tecnologia, ma vuole essere la constatazione di un fatto: siamo passati dal “mondo del pressappoco” all’”universo della precisione”, dal mondo del pensiero al all’universo del calcolo, dal mondo dell’uomo all’universo della macchina.
Non diventa tanto importante assolvere o condannare ciò, quanto piuttosto riflettere su quali e quanti siano i profitti (utilizzando un lessico capitalistico), e quante e quali siano, invece, le perdite per noi esseri umani in generale.

In particolare per quello che, invece, concerne questo articolo è rilevante chiedersi “qual è il destino della filosofia?” Perchè se Marx affermava che “i filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo in modi diversi; ma si tratta ora di trasformarlo” (Karl Marx, “Tesi su Feuerbach”, n. 11) è tuttavia necessario osservare che forse in passato i filosofi si sono limitati a trasformare il mondo in modi diversi, ma solo ora si tratta finalmente di contemplarlo. Forse sarebbe davvero doveroso ritornare ad amare il sapere per sé stesso, nella sua limpidezza, nella sua purezza, senza chiedere nulla in cambio; dedicarsi solo alla sola verità – vitam impendere vero – senza secondi fini. Non per consolarsi, non per servirsene, non per gloriarsi, ma per d(on)arsi a lui, al sapere, alla filosofia, alla verità. Verità che, proprio in quanto verità, non può essere oggetto di conoscenza ma al contempo incarna l’unico e il solo oggetto degno di conoscenza; quell’oggetto che, per quanto nel nostro vivere quotidiano appaia inutile e insignificante, è invece fondamentale. Perché? Perché alla verità non dobbiamo e non possiamo rinunciare, perché farlo significherebbe rinunciare a sé stessi, ai problemi che prima o poi si incontrano e si scontrano col nostro vivere. Per esempio, se si immagina, come fa Ernst Bloch, una giovane donna che, in visita dal dentista, in preda al mal di denti, afferra fra le sue mani la “Drammaturgia di Amburgo” di Lessing mentre aspetta il suo turno nella sala d’attesa asserendo che in fin dei conti vorrebbe averli lei i problemi del signor Lessing, non possiamo che trovarci d’accordo con lei: giustamente di fronte a un mal di denti così acuto i problemi di un Lessing o di un Kant appaiono ai suoi e ai nostri occhi problemi di poco conto. Tuttavia, quella giovane donna non sa, e noi con lei, che i problemi di Kant non sono solo dei capricci di un uomo, ma anzi, sono tanto suoi quanto nostri.
Perciò la filosofia seppur nella sua astrattezza, tocca il concreto della nostra esistenza, chiamando in giudizio, per dirla kantianamente, il nostro pensare e il nostro agire.

Eppure, se la verità, che può essere l’unico e il solo oggetto degno della conoscenza, non può essere oggetto di conoscenza, allora qual è la ragion d’essere della filosofia? D’altro canto già Eraclito indicava che “la natura ama nascondersi” [“φυσις κρυπτεσθαι φιλεί ”] (Eraclito, fr. 116 – DK, 22 B 123): cioè la natura delle cose o, se si preferisce, la reale costituzione delle cose o, ancora, il mondo nel suo apparire, è celato, è nascosto, è misterioso contrariamente a quel che si potrebbe pensare in quanto analizzando etimologicamente la parola “verità” (dal greco αλήθεια) si parla propriamente di “ciò che non si nasconde”.
Forse quel “non-nascondimento” che è la verità, coincide proprio con quell’amore verso il nascondimento stesso; la manifestazione della verità, della reale costituzione delle cose, del mondo nel suo apparire, non nasconde il fatto di essere nascosta, non fa mistero del suo essere mistero, non getta il sasso nascondendo la mano.
“La filosofia contravviene all’antico divieto di conoscere, che ritorna in tutti i miti chiedendo alla conoscenza quale è il suo nome, la sua origine, la sua giustificazione” (Andrea Emo, “Supremazia e Maledizione”, Raffaello Cortina Editore, Varese, 1998, p. 48). L’uomo non può non chiedere ragione della sua esistenza, del suo destino, del suo essere. Non può rinunciare a pensare e a pensarsi. Non può rinunciare a quelle domande ultime sul suo esserci seppur consapevole che non ci saranno risposte definitive.
Laddove qualcuno pensa di conoscere davvero qualcosa, probabilmente non sa ancora cosa voglia veramente dire conoscere. Se troviamo le risposte giuste a tutte le domande vuol dire che forse non ci stiamo ponendo le domande giuste.

Nonostante ciò l’uomo continua a voler conoscere la conoscenza, non può rinunciare a pensare pur essendo consapevole che quel pensare non spalancherà nessuna porta della conoscenza. Qui giace la sua beatitudine e la sua dannazione: non poter conoscere il mistero, che in quanto mistero non può essere rivelato, eppure non potersi esimere dal pensarci.
Così l’uomo (dal latino homo), che per sua natura è terra (legato indissolubilmente alla terra -dal latino humus-), non può trattenersi dal provare a oltrepassare i confini dell’umana natura provando a dire l’indicibile o, meglio, a toccare l’intoccabile, quel “totalmente altro” che è la natura divina.
Come rappresentato nell’affresco michelangiolesco “Creazione di Adamo” della Cappella Sistina a Roma, la mano dell’uomo ancorato alla terra sempre cerca e mai trova la mano di Dio libero nel cielo.

In conclusione se “[…] scendere agli Inferi è facile: / la porta di Dite è aperta notte e giorno; / ma risalire i gradini e tornare a vedere il cielo / qui sta il difficile, qui la vera fatica [hoc opus, hic labor est]” (Virgilio, “Eneide”, Libro VI, vv. 124-131). Così ammesso e non concesso che, per fortuna di alcuni e per sfortuna di altri, la filosofia sia morta, il problema rimane comunque nella risalita della stessa filosofia dagli inferi – qui sta il difficile, qui la vera fatica -.
Ciò che allora è importante non è tanto la morte (discesa negli Inferi) quanto la rinascita della filosofia.

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