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Dove tutto finisce: il confine tra uomo e natura

La seconda giornata dell’Uman Festival è cominciata dalla fine: quello che si può chiamare il limite, il confine – o l’orlo del baratro. In uno stimolante dialogo interdisciplinare, Paola Giacomoni, docente di Filosofia all’Università di Trento e Roberto Barbiero, fisico meteorologo all’ Osservatorio Trentino sul Clima, si sono interrogati su una questione eterna e più che mai attuale: dov’è e dove dovrebbe essere il confine tra uomo e natura?

La professoressa Giacomoni ha suggerito l’approccio secondo lei più utile ad affrontare il problema del limite umano rispetto alla natura, ma senza “sacralizzarla” e sottrarla così del tutto all’agire dell’uomo. Questo approccio parte dal significato originario della definizione di natura. Perché la physis greca, tradotta nel latino natura, era ciò che cresce e si rigenera continuamente, una dea velata, che si cela in quanto mascherata nelle più diverse forme che essa può assumere nel suo continuo divenire.

Il rapporto con la natura è quindi necessariamente qualcosa di dinamico, in quanto rivolto a un oggetto che è diveniente, ma i cui tempi – quelli geologici – sono sempre stati molto diversi da quelli umani. Tuttavia negli ultimi secoli essi si sono velocizzati al punto da rendere visibile, in pochi anni, una quantità di processi un tempo impensabili anche nel corso di un’intera vita umana.

È questo il campanello d’allarme del superamento del limite: un superamento che è graduale, troppo a lungo inconsapevole, perché ne si ha la certezza solo una volta che esso è avvenuto. Così la psiche umana è in grado di comprendere solo oggi l’accelerazione della natura e della vita che per secoli ha causato, condannandosi all’impossibilità di reggere il ritmo del mondo che essa stessa ha creato, nella più disarmante eterogenesi dei fini.

Agendo sulla natura con forme di dominio, anziché di custodia ed alleanza, l’uomo ha perciò provocato il manifestarsi della sua duplicità. La natura è la nostra “madre terra”, non solo nel linguaggio del cristianesimo ma già in molte culture arcaiche, che associavano il femminile all’idea di fertilità ma anche alle divinità degli inferi e della morte; perché chi dà la vita ha anche il potere, in ogni momento, di toglierla. La natura, infatti – e non soltanto quella mitica – agisce all’improvviso e con violenza, per ritornare all’equilibrio che l’uomo ha spezzato.

Al definitivo tramonto di ogni prospettiva ciecamente antropocentrica si profila tuttavia, all’orizzonte, la possibilità di un nuovo umanesimo: quello di un’umanità autosufficiente ma vulnerabile e sensibile, capace di rispondere delle proprie scelte in un rapporto nuovo con la natura, desacralizzato, ma rispettoso ed equilibrato. L’interrogativo finale però resta aperto: dov’è il limite da stabilire per instaurare questo nuovo rapporto?

Secondo Roberto Barbiero, che dalla prospettiva della filosofia si sposta a quella della fisica, i segnali che la natura ci manda oggi indicano come questo limite sia stato per molti versi già superato. Negli ultimi due secoli l’uomo ha modificato così profondamente l’ambiente in cui vive da far parlare di una nuova era geologica: l’antropocene, termine adottato nel 2000 dal Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen. Questa concettualizzazione dell’impatto umano sulla Terra evidenzia come i continui disastri ambientali cui assistiamo oggi non siano che la logica conseguenza del nostro comportamento.

La rapidità del cambiamento climatico si è accentuata ulteriormente negli anni 2015-2019, secondo una serie di rapporti IPCC e IPBES citati da Barbiero. Lo scorso luglio è stato il mese più caldo mai registrato, con record di temperatura senza precedenti dalle città europee all’Alaska, accompagnati dai più vari disastri ambientali quali lo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia e incendi dalle dimensioni allarmanti.

A dispetto degli accordi sul clima di Parigi, perciò, potremmo raggiungere il limite massimo di 1,5°C, entro cui contenere l’aumento della temperatura globale rispetto ai livelli pre-industriali, già tra il 2030 e il 2050. Per evitare la catastrofe bisognerà ridurre le emissioni di gas serra del 45% entro il 2030, arrivando nel 2050 a un livello di emissioni zero. La disponibilità di mezzi fisici e tecnici per realizzarlo c’è; ciò che manca, secondo Barbiero, è la volontà politica di mettere in discussione un intero sistema di produzione, di consumo, di vita in cui il mondo – soprattutto occidentale – si è arenato, chiudendo gli occhi di fronte alla realtà.

Le riflessioni conclusive riguardo alla possibilità di riempire questo vuoto politico e decisionale, spaziano dal ruolo dei media per l’informazione (e la disinformazione) alla necessità di una vera e propria trasformazione culturale, soprattutto in Italia. A partire dall’attualità, Barbiero si riallaccia infine alla riflessione filosofica della professoressa Giacomoni, osservando come la leadership femminile nella lotta contro il cambiamento climatico sia in forte crescita degli ultimi anni… Forse, suggerisce Barbiero, sarà proprio l’intervento della femminilità a rivoluzionare il rapporto tra uomo e natura, amplificando quella componente di maternità e cura nei confronti della natura stessa che al femminile è sempre stata attribuita.

L’appello finale trova voce in un verso della poetessa nicaraguense Gioconda Belli: per rendere possibile un nuovo umanesimo dobbiamo trasformarci da ciudadanos  – “cittadini” – in cuidadanos – ovvero “coloro che si prendono cura”.

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