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L’illusione della libertà nell’età della tecnica

Libertà, fratellanza, uguaglianza! Il motto della Rivoluzione francese riecheggia ancora oggi tra i nostri banchi di scuola. Oggigiorno persone e popoli si battono e talvolta muoiono per difendere questi ideali. Chi ha studiato la Rivoluzione francese avrà di certo sentito parlare della furia iconoclasta da cui era animata: l’intero passato veniva sottoposto al vaglio della ragione e le sue propaggini brutalmente recise dalla fredda lama della ghigliottina. Tra le credenze superstiziose del passato di cui la Rivoluzione francese cercò di liberarsi vi era anche il cristianesimo: un tentativo fallimentare, senza dubbio, e questo per il fatto che gli stessi ideali portanti della Rivoluzione francese non erano ideali laici e tanto meno atei, bensì profondamente cristiani. 

Cristianesimo e libertà sono due parole indissolubilmente legate tra loro, e questo non solo perché il concetto di libertà nasce insieme al cristianesimo, ma soprattutto perché la tanto adorata libertà, così come il nostro buon Dio cristiano, non è altro che una pura illusione. O almeno, questa è la tesi del filosofo italiano Umberto Galimberti, secondo cui, però, affermare la natura illusoria della libertà non significa allo stesso modo sostenere la sua inconsistenza. Infatti, se pure la libertà non esiste, esiste l’idea di libertà e questa, così come l’idea di Dio, ha guidato e guida ancora oggi intere società verso il sogno utopico della loro più piena realizzazione.

L’idea di libertà si è affermata con forza in Occidente grazie al sacro messaggio diffuso da Gesù di Nazareth. Prima di allora, soprattutto all’interno del mondo greco, gli uomini non credevano che la natura umana fosse libera, ma, al contrario, che fosse preda dell’onnipotente Ananke, la necessità che regola la vita del cosmo e delle sue creature, un mare in tempesta o in bonaccia dentro il quale si dimenano tante piccole barchette che gli uomini tentano di manovrare sforzandosi di restare a galla. Conseguentemente all’idea della necessità elevata a categoria suprema, i greci elaborarono un’etica del limite. Questi avevano ben compreso come il regno umano fosse fortemente segnato da orizzonti il cui oltrepassamento era foriero di sciagura. L’uomo deve realizzarsi in vita tenendo ben presente i propri limiti. Chi oltrepassa questi limiti pecca di ubris (superbia) nei confronti degli dèi, perché mira a spogliarsi dei difetti umani e così ad elevarsi a creatura celeste. Il senso del limite è ciò che caratterizza squisitamente la condizione umana, al punto che i termini usati dai greci per definire l’uomo (“brotos” o “thnetos”, dal significato di “mortale”) ne sottolineavano il limite estremo, ovvero la morte. L’universo greco è un universo che lascia spazio all’irrazionale e al caotico, sempre in bilico tra il metro e l’eccesso, un universo gioiosamente tragico in cui si realizza un intreccio di balli, canti, piaceri e sciagure. 


È con il cristianesimo che cambia il nostro modo di percepire la natura. Madre natura, da regno della necessità, diventa una creazione della volontà libera di Dio. La natura è dunque un regno benigno, libero e razionale. Con il cristianesimo l’uomo cessa di essere mortale perché la sua anima vive in eterno. Scompare l’idea del limite, poiché ciò che non si raggiunge in questa vita sarà raggiunto nella prossima. Le definizioni cristiane di uomo sono piuttosto volte a sottolinearne la prerogativa razionale come somma capacità organizzativa. Questo diviene pertanto “animale razionale”; anche se inferiore a Dio e a lui separato, possiede il libero arbitrio e dunque può scegliere di ignorare le tentazioni seguendo la via della perfezione: nel fare ciò diventa un essere quasi angelico. Come riporta l’umanista italiano Pico della Mirandola, la dignità dell’uomo consiste nel fatto che egli è in grado di elevarsi fino al grado più alto della sua natura. Il cristianesimo, inoltre, ha anche stravolto la direzione del tempo immaginando un tempo lineare che, partendo da un passato oscuro e passando attraverso un presente liberatorio, conduce verso un futuro radioso illuminato dai raggi della speranza, della gratificazione e della rinascita. Con il cristianesimo all’etica del limite si sostituisce l’etica dell’onnipotenza: ciò che oggi si sogna, domani sarà realizzato; ciò che oggi si analizza, domani diverrà principio e dogma inconfutabile; ciò che oggi è ancora incompiuto, domani fiorirà nella sua più alta perfezione.

Grazie al cristianesimo, l’uomo non solo non è più schiacciato dalla natura, ma ne diventa addirittura padrone: ora è incaricato di soggiogarla come una bestia feroce anziché lasciarsi trascinare e sbranare da essa. Dio, infatti, dopo aver creato la natura, la consegna ad Adamo affinché possa dominarla. La volontà di dominio sulla natura che tanto caratterizza la mentalità scientifica moderna nasce proprio qui, con il cristianesimo. La scienza moderna (e con essa la tecnica) realizza alla perfezione il compito assegnato da Dio ad Adamo. Francesco Bacone, esponente di spicco della Rivoluzione scientifica, vedeva nella tecnica un rimedio alle conseguenze negative del peccato originale. Allo stesso modo, secondo il filosofo Cartesio, la tecnica era in grado di donare all’uomo il posto che a lui spetta, in qualità di vertice della creazione. Il sogno di onnipotenza che caratterizza l’uomo cristiano si serve della tecnica per arrivare alla sua piena realizzazione. La tecnica ha come solo scopo il progresso, parte da un passato di ignoranza e giunge al futuro della sapienza passando per il presente dell’analisi. È inoltre la migliore prerogativa dell’”animale razionale” perché non ammette sprechi e risponde soltanto alla legge dell’utilità; mira a raggiungere il massimo risultato con il minimo sforzo. 

Contrariamente all’apparenza, il quadro fin qui dipinto è tutt’altro che idilliaco. Ripetiamo che la tecnica è il trionfo della razionalità, non soffre di nessuna passione. L’idea di razionalità che domina la tecnica è quella di calcolo, produttività, efficienza, tutti criteri che vengono personificati alla perfezione dai moderni computer. Nel chiedere all’uomo di ottimizzare le proprie funzionalità proprio come farebbe un computer, la tecnica chiede di sacrificare la vera essenza umana, che è fatta di sprechi istrionici e di eccessi. 

Dunque, nella logica della tecnica la libertà (da cui essa in realtà parte in quanto pratica fondamentalmente cristiana) è insussistente, poiché l’uomo non è più libero di essere se stesso. Anzitutto, non è libero di essere irrazionale, dal momento che la tecnica rigetta istintivamente tutte le occupazioni umane, che hanno a che fare con i sentimenti, come per esempio l’arte o la letteratura, e le fa rientrare nel proprio sistema solo se esse producono un profitto monetario. 

La politica non è il regno della libertà, dal momento che per decidere guarda all’economia, e quest’ultima a sua volta guarda alla tecnica. I problemi che si presentano al cittadino medio sono dunque tecnici, ed egli non ha assolutamente le conoscenze specifiche richieste per risolverli, pertanto tenderà a votare spinto da motivi sempre più irrazionali come l’influenza di un personaggio carismatico o l’ideologia di partito.

Neanche la realizzazione individuale è libera perché deve rispondere a regole ben precise. Oggi più siamo produttivi, più alta è la considerazione che gli altri hanno di noi. Tutto ciò che c’è in noi che non risponda alla regola dell’utilità non è considerato degno di attenzione. La nostra identità viene riconosciuta solo in base alla nostra appartenenza ad un apparato tecnico: non dobbiamo essere buoni cittadini, buoni genitori o buoni amanti, ma soltanto buoni e ben oliati ingranaggi

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