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Carne in vitro. La svolta?

A causa del bisogno sempre più crescente di trovare soluzioni sostenibili e prive di sofferenza animale, dalla fine degli anni Novanta ad oggi, ingegneri, biologici e medici sono al lavoro per studiare, produrre e commercializzare la carne in vitro, ovvero carne coltivata “in vetro” in laboratorio. Un altro appellativo che le viene dato è, infatti, quello di clean meat, al fine di ricalcare l’idea della produzione a ridotto impatto ambientale (grande problema degli allevamenti intensivi) e priva di agenti patogeni come l’Escherichia Coli o la salmonella, essendo la coltivazione basata solo sulla lavorazione del muscolo dell’animale.

Attualmente il processo di produzione si basa sul solo uso di cellule che vengono prima estratte dall’animale attraverso l’analisi di un pezzo di carne, poi nutrite e stimolate con scosse elettriche per farle crescere in massa, infine aggiustate di grassi e gusto portando la possibilità di produzione a circa 25.000 tonnellate al mese

Purtroppo, però, i costi di produzione e di vendita sono ancora molto alti, il che non ha ancora dato l’opportunità a molte aziende che ne stanno sperimentando la coltura di lanciarla nel mercato a un prezzo di concorrenza con quello delle carni provenienti da allevamenti intensivi.

Nonostante i due poli di ricerca più importanti su questo tema, al momento, siano gli Stati Uniti e Israele, anche in Italia nel 2019 è nata la prima società che si occupa di analisi e produzione all’interno del Dipartimento di Biologia Cellulare, Computazionale e Integrativa della nostra universitàBruno Cell. A differenza dei due laboratori maggiori, che utilizzano come base degli esperimenti il siero fetale bovino, il progetto italiano ha un obiettivo ancora più etico: produrre carne senza alcun tipo di sfruttamento animale, usando solo un prelievo sanguigno come base degli esperimenti. 

Tuttavia alla base di questo progetto non sono assenti “punti dolenti”: la sostenibilità economica delle ricerche e degli esperimenti, la difficoltà nel creare delle cellule la cui capacità replicativa possa reggere una produzione di carattere industriale e l’aggiustamento del prodotto finale in gusto e valori nutrizionali sono i principali. Per questi motivi, si prevedono ancora anni di esperimenti e la data nella quale questo sostituito della carne sarà finalmente presente nel commercio italiano è ancora lontana. 

Nonostante ciò, se si osserva da una prospettiva più ampia questo passo etico e sostenibile, la luce in fondo al tunnel si intravede già: ci si sta muovendo in modo notevole verso un modo di vivere molto più sostenibile (l’industria del bestiame produce il 51% di tutti i gas serra), anche al fine di dover soddisfare il bisogno globale di una popolazione in continua crescita. Ci si auspica, infatti, che in un futuro non troppo lontano, come il settore energetico sarà composto principalmente da fonti rinnovabili, il settore delle proteine sarà composto da fonti alternative come la carne pulita.

Altro indice di quanto questo sia un tema effettivamente sentito, nonostante non se ne parli molto, è anche il fatto che Bill Gates in persona parla di carne coltivata come “soluzione tecnologica perfetta per i Paesi ricchi al fine di evitare gli impatti climatici devastanti degli allevamenti intensivi”.

Attendendo che questi studi portino risultati a breve, che la società si muova in questa direzione – comprendendo quindi che l’alimentazione non è affatto scissa dai problemi climatici (ma anche economici e medici) – e che i risultati non vengano visti in un’ottica di traguardo ma di transizione, non sarà mica che a Gates venga voglia di dare un’occhiata ai progetti della nostra università?

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