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Larghezze, Pandora e un cavallo

In questo articolo analizzeremo quanto scritto nel libro A piene mani. Dono fastoso e dono perverso[1] di Jean Starobinski.[2]

Il testo si sviluppa in 188 pagine suddivise in sei capitoli, nei quali l’autore affronta il tema del dono, focalizzandosi in particolare, come afferma il titolo, su due sue sfumature: il dono fastoso e il dono perverso.

Il metodo è particolare: vengono analizzati testi letterari e opere d’arte in cui il dono è oggetto rilevante d’interesse. A piene mani, infatti, fu scritto per accompagnare una delle mostre della serie Parti pris del Musée du Louvre, il cui nome, consigliato dallo stesso Starobinski, fu Largesse. Largesse è una parola francese (alla quale, nel Medioevo, corrispondeva la parola italiana larghezza) che designava la virtù cardinale del cavaliere. Etimologicamente parlando, da largesse si risale al latino largitio, che è la sostantivazione dell’aggettivo largus (abbondante, che sgorga in abbondanza).

Questi termini definiscono chiaramente la prima tipologia di dono di cui Starobinski intende occuparsi: il dono a piene mani, il dono fastoso, ossia il dono compiuto senza trattenersi, che implica uno spargimento di ricchezze da parte del donatore volto non tanto, come vedremo, alla cura del donatario, quanto all’affermazione di un rapporto di sottomissione e dipendenza del secondo nei confronti del primo.

Non ho usato a caso l’espressione “spargimento di ricchezze”: Starobinski, nel primo capitolo, introduce il termine latino sparsio, che definisce ciò che si sparge, che si fa cadere, come le sementi. Questo termine indica inoltre una pratica presente nell’antichità – ma, come dimostrerà l’autore, riscontrabile anche ai giorni nostri, seppur in forme differenti – che consisteva nel lanciare doni alla folla. Se ne ha traccia nell’antico Medio Oriente e nelle culture mediterranee (basti pensare alle liturgie di Atene) ed ebbe una grande fortuna anche presso gli imperatori romani, per non parlare degli sviluppi nella storia successiva: Starobinski riconosce largesse e sparsio in Clodoevo, in Enrico VIII e nei grandi re di Francia. Ciò che accomuna tutti gli esempi portati dall’autore è la verticalità di questo tipo di donazione: un uomo compie l’atto donativo per aumentare la propria autorità e per ottenere tramite la sparsio un’aurea quasi divina, senza badare alla povera gente che si azzuffa, fino addirittura a trovare la morte, per raccogliere i frutti della sua finta benevolenza.

Mediante l’analisi di alcuni testi di Rousseau, Seneca, Baudelaire, Huysmans e la descrizione dei quadri presenti alla mostra, Starobinski presenta il lato oscuro del dono fastoso, che si mostra innanzitutto attraverso l‘umiliazione del donatario. Un’umiliazione che, tuttavia, non è percepita da chi la subisce: il popolano che si lancia alla raccolta dei doni sparsi dall’imperatore o dal re non si rende conto che quello che sta raccogliendo e per cui è disposto a perdere la vita, o toglierla ad altri, non è che una minima parte di quanto lui stesso ha dato alle autorità (tramite tasse e pagamenti vari). Nonostante ciò, il donatore viene visto come quasi divino, viene lodato e ringraziato per aver distribuito casualmente una piccola fetta di ciò che aveva precedentemente ottenuto dagli stessi donatari della sparsio.

E proprio la distribuzione casuale è un altro aspetto assolutamente rilevante della negatività del dono fastoso. Il donatore viene accomunato da Starobinski alla Fortuna (che è il titolo del secondo capitolo), in quanto elargisce i suoi beni senza criterio, senza badare a chi li meriti davvero, senza dover render ragione della loro provenienza o delle conseguenze di questa donazione: “L’altra faccia della larghezza è razzia, saccheggio, abuso fiscale” (p.27). In poche parole, quello che agli occhi del ricevente può apparire come un dono magnifico, altro non è che causa di male.

Tuttavia, l’intenzione del donatore non è quella di creare danni e disagi: nemmeno tiene in considerazione il donatario. Il suo intento principale è quello di accrescere la propria posizione, e si atteggia come fosse in contemporanea donatore e donatario, in quanto si aspetta di ricevere molto più di quanto dato. Quello della sparsio e della largesse, dunque, pur avendo conseguenze assolutamente negative e provocando più mali che beni, non va considerato come un dono perverso.

Di questa particolare tipologia di dono, quella, appunto, del dono perverso o dono nefasto, Starobinski presenta due esempi all’interno del secondo capitolo: Pandora e il cavallo di Troia. Scrivo “Pandora” e non “il vaso di Pandora” perché, come evidenzia l’autore, è Pandora stessa il dono malefico che gli dèi hanno creato per punire gli uomini in seguito al furto del fuoco da parte di Prometeo: quando alzerà il coperchio del suo vaso, tutti i mali del mondo si disperderanno e andranno a portare infinite sofferenze alla razza umana.

È interessante paragonare questo episodio a quelli sopracitati della sparsio. La differenza che c’è tra il dono nefasto di Pandora e la largesse dei capi politici è l‘intenzionalità: il gesto di Pandora è accidentale e dietro di esso non si cela la volontà di spargere tutti i mali del mondo, ma pura e semplice curiosità. Ciò che dunque caratterizza il dono nefasto è l’ingannare il proprio destinatario attraverso l’apparenza – in questo caso, gli dèi hanno ingannato Pandora –: qualcosa che a prima vista sembra innocuo o addirittura benefico è in realtà portatore di un grande male.

Un esempio calzante è senza dubbio il cavallo di Troia, che all’apparenza era simbolo di pace, ma che aveva in sé un contenuto altamente malefico.

Dono fastoso e dono perverso sono dunque molto simili, in quanto entrambi presentano come positivo qualcosa che, per quanto riguarda il primo, può anche non esserlo o, per quanto riguarda il secondo, non lo è mai. La differenza sta nell’intenzione del donatore: nella sparsio si potrebbe dire che donatore e donatario coincidono: le persone che raccolgono i beni lanciati non vengono neanche considerati dall’autore della larghezza, che vede in sé il principio e il termine del suo gesto. Al contrario, nel dono perverso c’è la volontà, da parte del donatore, di ottenere il male per il donatario.

L’opposto del dono nefasto è la carità. Pur essendo un gesto positivo, anche la carità nasconde un lato oscuro: spesso viene fatta per ottenere una ricompensa divina – basti pensare a quanto questa pratica sia diffusa all’interno del mondo ebraico-cristiano, dove il gesto orizzontale della carità verso i poveri è ricompensato con la concessione verticale della grazia di Dio –, oppure per sentirsi persone migliori, in quanto è percepita come un “dovere sociale generale” (p.61). Comunque sia, anche sotto l’orizzontalità della carità si nasconde, seppur inconsciamente, l’instaurazione di un rapporto verticale tra donatore e donatario, dove quest’ultimo altro non è che un pover’uomo, incapace di andare avanti senza ricevere l’elemosina.

Così come la carità è una pratica tutt’oggi esistente, Starobisnki dimostra che, se osserviamo con attenzione la realtà in cui viviamo, possiamo ritrovare anche ai nostri giorni esempi di largesse e di sparsio. L’autore ci parla di un dittatore centro-americano che dai finestrini della sua limousine sparge sulla folla una gran quantità di banconote, ma anche, più semplicemente, della “diffusione inesauribile delle immagini, la merce travestita da regalo, la disseminazione di oggetti usa e getta, i campioni gratuiti, i saldi, gli omaggi, i buoni d’acquisto” (p.108).

Insomma, quello che A piene mani vuole comunicare è che non tutti i doni portano dei benefici e che bisogna guardarsi, in particolare, da quei doni che appaiono magnifici e totalmente gratuiti, quasi inaspettati; quei doni elargiti senza che il donatore conosca con esattezza chi sia il destinatario: perché spesso, per quanto possano essere dei doni fastosi, possono portare a conseguenze nefaste.

Starobinski, dunque, apporta alla discussione sul dono un elemento di novità attraverso l’analisi del dono fastoso. Tuttavia, è il dono perverso l’elemento, a mio parere, più degno di riflessione di questo testo: un dono fatto con la volontà di arrecare del male, il cui obiettivo è spesso la vendetta. È un dono che ha come scopo ottenere un bene per sé attraverso un male per l’altro. Ma se il male arrecato all’altro non è che uno strumento per raggiungere un bene apparente (nessuno è certo che per mezzo della vendetta si possa effettivamente star bene) per se stessi, allora questo male non è male assoluto, ma male relativo. È uno strumento che permette di raggiungere un bene apparente, quindi nella sua negatività è apparentemente anch’esso un bene – seppur relativo.

Ora, può esistere qualcuno che cosparga di male il proprio dono non per ottenerne vantaggi, benefici, ma per il gusto stesso di fare il male? Qualcuno che attraverso un dono nefasto voglia raggiungere quello che chiaramente, manifestamente e non solo apparentemente, è il male?

Da quello che è possibile leggere tra le righe scritte da Starobinski, sembra che l’autore escluda nella propria trattazione la dimensione del dono da quella ontologica del male puro, come se dono e male assoluto fossero due rette parallele che mai s’incrociano: dove c’è uno, non c’è l’altro. Certo, il male relativo è presente in abbondanza all’interno della dimensione donativa (rendere quest’ultimo aspetto chiaro è l’obiettivo del testo analizzato), ma questo male nasce sempre come mezzo per ottenere un guadagno, un vantaggio, un utile, un bene.

Dunque, a mio parere, un’indagine più approfondita sul motivo per cui si giunge a far del male attraverso i doni sarebbe stata interessante, e avrebbe arricchito un testo che già di per sé è stimolante e ricco di riflessioni come quello di Jean Starobinski.


[1] Jean Starobinski, Largesse, Editions de la Réunion des musées nationaux, traduzione italiana di Antonia Perazzoli Tadini, A piene mani. Dono fastoso e dono perverso, Giulio Einaudi editore, Torino 1995

[2] Jean Starobinski (Ginevra, 17/11/1920 – Morges 04/03/2019) fu uno psichiatra e critico letterario svizzero di lingua francese, storico delle idee e teorico della letteratura; fu professore di letteratura francese presso le università di Baltimora, Basilea e Ginevra.

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