I diritti umani non si ereditano, si difendono: da Eleanor Roosevelt alle piazze di oggi
“Dove hanno inizio, dopo tutto, i diritti umani universali? In posti piccoli, vicino a casa, così vicini e così piccoli che non possono essere visti su nessuna mappa del mondo. Però sono mondi di individui; del vicinato in cui vivono; la scuola o il liceo che frequentano; la fabbrica, fattoria o l’ufficio dove lavorano. Questi sono i posti dove ogni uomo, donna e bambino cerca pari giustizia, pari opportunità, pari dignità senza discriminazione. Se questi diritti non hanno un significato lì, hanno poco significato altrove”
Queste sono le parole di chi più di ogni altro ha contribuito a dare forma all’idea moderna di diritti umani. Eleanor Roosevelt, prima presidente della Commissione ONU per i Diritti Umani e protagonista della stesura della Dichiarazione Universale, ha ricordato come la difesa di tali diritti non spetti ai governi ma alle persone comuni.
Nel 1958, dieci anni dopo la nascita della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Eleanor Roosevelt tenne il discorso “In Your Hands” (“Nelle vostre mani”) durante una conferenza delle Nazioni Unite con cui ricordava al mondo che i diritti si trovano scritti nei trattati ma vivono nelle vite quotidiane delle persone. È lì, nei nostri posti piccoli quali le nostre case, i nostri quartieri e scuole, i nostri posti di lavoro, che si misura davvero la giustizia.
Settant’anni dopo, quelle parole risuonano più attuali che mai. Oggi, mentre gli Stati cedono terreno nel garantire libertà e uguaglianza, sono le persone a riempire le piazze, le strade e le università per difendere ciò che dovrebbe essere inviolabile. Solo nelle ultime settimane, le piazze di tutto il mondo hanno dimostrato come la difesa dei diritti non sia un compito passivo: è necessario agire informandosi e mobilitandosi.
Negli Stati Uniti, il 18 ottobre, si sono svolte oltre 2.500 manifestazioni in tutti e 50 gli stati, organizzate sotto il nome di “No Kings”, per protestare contro le politiche dell’amministrazione Trump. Queste proteste sono state tra le più grandi mai viste dal ritorno di Trump alla Casa Bianca. Ciò che i manifestanti hanno denunciato è il rischio di un governo autoritario e hanno chiesto di difendere la democrazia americana. In particolare, richiamano l’attenzione sul crackdown sull’immigrazione con raid e arresti da parte dell’ICE e sugli schieramenti di truppe federali nelle città americane, incluso l’uso della Guardia Nazionale contro la volontà dei governi locali.
La reazione del Presidente degli Stati Uniti è stata quella di minimizzare il tutto, criticare i manifestanti e ripubblicare tramite il suo profilo su Truth un video realizzato con l’intelligenza artificiale dove lo si vede come un re, corona compresa, a bordo di un aereo militare dal quale lancia un carico di letame sui manifestanti. Mentre altri esponenti repubblicani hanno definito le manifestazioni come “anti-americane”. Quando in realtà, qualcuno potrebbe dire che chiedere giustizia e libertà sia la cosa più “americana” che ci sia.
In Italia, nel frattempo, le manifestazioni contro il DDL Gasparri, presentato come strumento per contrastare l’antisemitismo ma percepito da molti come una limitazione alla libertà di parola e al dissenso politico, hanno evidenziato come leggi e provvedimenti possano minacciare diritti già conquistati. A Roma, il 18 ottobre, studenti e studentesse hanno organizzato due manifestazioni davanti al Ministero dell’Istruzione e a quello dell’Università e i movimenti studenteschi Cambiare Rotta e Osa hanno guidato cortei affollati rivendicando il diritto di poter esprimere solidarietà alla causa palestinese senza subire censura o criminalizzazione. “Riempiremo le piazze per la Palestina”, hanno dichiarato i manifestanti ribadendo che difendere i diritti umani significa anche difendere il diritto di parola e di protesta.
Allo stesso modo, in tutto il nostro Paese la mobilitazione per la Palestina ha assunto una dimensione nazionale: manifestazioni si susseguono da nord a sud, a Milano, Napoli, Udine e Roma, con studenti, lavoratori e associazioni in piazza per chiedere giustizia, diritti e autoderminazione. A Milano e Napoli, ad esempio, si è organizzato un corteo studentesco di sostegno al popolo palestinese che ha attraversato i centri-città e portato slogan come “non c’è pace sotto occupazione”. A Udine la protesta è stata indetta in occasione della partita tra Italia e Israele, e secondo gli organizzatori ha raggiunto numeri elevati.
Tutto questo conferma che la rivendicazione dei diritti oggi non è solo locale ed episodica. È un moto collettivo che coinvolge giovani e adulti nella responsabilità civica di alzare la voce quando le istituzioni e gli stati, percepiti come complici o semplicemente indifferenti, non intervengono.
Queste piazze dimostrano che i “diritti” non sono qualcosa che ci viene concesso dall’alto, da chi governa, da chi ha potere. I diritti vanno difesi, rivendicati e praticati nel quotidiano: nelle scuole, nelle università, nei cortei nelle piazze, in quei “piccoli posti vicino a casa” che citava Eleanor Roosevelt.
