L’epoca delle eccezioni
Giornali, televisione, radio, social, siti web: è un continuo flusso di “breaking news”. Crisi economica, guerra, caldo record. Eppure, a forza di sentirle, queste notizie non sembrano più così “breaking”: diventano normalità. Viviamo in un’epoca in cui l’eccezione è diventata la regola, e proprio per questo ha perso la sua capacità di scuoterci. Allora, qual è il vero problema? Ciò che accade nel mondo o il fatto che abbiamo smesso di reagire?
L’eccezione, per definizione, «si distingue dalle altre cose analoghe; esce dalla regola comune»; insomma, dovrebbe interrompere la normalità – tanto che il suo primo sinonimo è «straordinario». Davanti all’eccezionale dovremmo essere sorpresi, dovremmo fermarci e riflettere, dovremmo riconsiderare ciò che diamo per scontato. Ma cosa succede quando l’eccezione si ripete ogni giorno, quando la crisi diventa scenario, quando l’emergenza diventa abitudine, quando il “breaking” non rompe più le aspettative, perché l’imprevisto diventa prevedibile?
L’eccezione perde di significato quando diventa statistica. Infatti, è da qualche anno che si sente al TG o ai servizi meteo: “È stato l’anno più caldo di sempre”. E poi ci sono settimane in cui il giorno prima si sta tranquillamente in maniche corte e quello dopo si verifica una nevicata tale da bloccare le strade. Il fatto che a metà aprile ci siano le stesse temperature che dovremmo aspettarci a inizio giugno non ci fa più effetto.
Anche l’orrore, se continuo, smette di interrompere la normalità. È da febbraio 2022 che ci siamo “abituati” a sentir parlare di conflitti: prima quello russo-ucraino, poi quello israelo-palestinese, ora quello tra USA e Iran. Da shock iniziale è diventato un sottofondo quotidiano. La cosa ancora più grave, però, è che nel momento in cui scoppia un nuovo conflitto, i media spostano immediatamente l’attenzione su quello, smettendo di interessarsi a quelli precedenti, e di conseguenza lo facciamo anche noi: da quant’è che non pensiamo all’Ucraina? Dopo gli attacchi all’Iran chi ha più pensato a Gaza? Come se non bastasse, si è arrivati persino a scherzare sulla guerra: nei profili social della Casa Bianca si trovano video in cui, sulla musica della “Macarena”, si scherza sui missili e i bombardamenti.
La crisi diventa aspettativa, anche e soprattutto nelle cose più semplici. Nella spesa che è diventata un calcolo continuo, per i prezzi che continuano ad alzarsi. Negli affitti che nelle città universitarie salgono a cifre spropositate di anno in anno. Negli stage e lavori precari che non mantengono il passo con il costo della vita, specialmente per i ragazzi che si sono appena laureati. Nelle bollette che, per quanto sono alte, costringono a fare attenzione a ogni consumo. Di queste cose, se ne parla davvero poco. Il rincaro della benzina è stato l’unico problema ad aver fatto più rumore del resto, rumore grazie al quale sono state cercate delle soluzioni nell’immediato e che fa intravedere una luce di speranza.
Allora cosa succede quando lo straordinario si fa ordinario? Succede che, di fronte a un flusso continuo di eventi descritti come “eccezionali”, sviluppiamo una forma di difesa: ci abituiamo. Non tanto per indifferenza, quanto per saturazione: non possiamo permetterci di reagire ogni volta con la stessa intensità. Così selezioniamo, ignoriamo, scorriamo. E, quasi senza accorgercene, ciò che dovrebbe scuoterci perde la sua forza, ciò che dovrebbe farci urlare ci lascia in silenzio.
