L’inflazione dell’eccezione: quando tutto diventa “stato di polizia”

Viviamo in un tempo che alcuni storici e filosofi hanno definito di «policrisi», in cui le emergenze sembrano non finire mai. Pandemie, guerre, crisi energetiche e tensioni sociali si susseguono schizofrenicamente, amplificandosi a vicenda eproducendo una stratificazione di misure straordinarie che tendono a diventare ordinarie. Una sospensione temporanea delle regole per affrontare un’emergenza: è ciò che la teoria politica definisce «stato di eccezione». Carl Schmitt individuava in questo concetto il cuore della sovranità, mentre Giorgio Agamben ha mostrato il rischio di una sua normalizzazione:l’eccezione che si trasforma in condizione permanente, erodendo progressivamente diritti e garanzie. È una diagnosi che, tutto sommato, sembra adattarsi bene al presente. Per accorgersene basta guardare agli Stati Uniti di Trump, all’Ungheria che fu di Orban, o ai tanti regimi ibridi ai margini dell’Europa. Tuttavia, accanto a questa dinamica reale se ne sviluppa un’altra, meno analizzata ma altrettanto rilevante: l’inflazione del linguaggio.

Nel dibattito pubblico contemporaneo, termini come «stato di polizia» vengono utilizzati con crescente frequenza per descrivere situazioni molto diverse tra loro. Nati per indicare regimi caratterizzati da controllo pervasivo, repressione sistematica del dissenso e subordinazione della legge al potere politico, questi concetti vengono oggi applicati anche a episodi circoscritti, controversi o semplicemente opachi. Il risultato è un cortocircuito semantico: categorie estreme vengono impiegate in contesti che non sempre le giustificano.

Il caso che ha coinvolto Ilaria Salis un mese fa è emblematico. Un controllo in una struttura ricettiva, descritto dalle autorità come procedura standard legata a meccanismi di cooperazione internazionale, è stato percepito dall’interessata come segnale di una deriva autoritaria. Le versioni divergono sulle modalità: secondo alcuni, il controllo non riguardava nemmeno l’eurodeputata di Avs, ma un collaboratore con cui condivideva la stanza. Proprio questa zona grigia, fatta di informazioni incomplete e posizionamenti opposti, diventa terreno fertile per la costruzione di narrazioni radicali. In assenza di un quadro chiaro, l’episodio smette di essere un fatto e diventa subito interpretazione – spesso la più utile a rafforzare posizioni già definite.

Dinamiche simili si riscontrano anche nella comunicazione politica. Alcuni slogan, utilizzati recentemente nella campagnareferendaria o nel confronto istituzionale, semplificano eccessivamente questioni complesse e sminuiscono il dibattito. Allo stesso modo, le polemiche su provvedimenti in materia di sicurezza – come alcune norme introdotte dall’attuale governo –tendono a essere interpretate non tanto nel merito, quanto come segnali di svolte sistemiche. In questo processo, il linguaggio si polarizza e perde precisione, ritorcendosi soprattutto contro chi contesta: senza un’analisi puntuale delle norme, la critica resta superficiale e – purtroppo – facilmente neutralizzabile dal punto di vista politico.

Il paradosso è evidente: mentre l’emergenza tende a protrarsi, anche le parole che utilizziamo per descriverla si estremizzano. Ma più si ricorre a categorie assolute, meno si è in grado di distinguere tra fenomeni diversi: tra una misura discutibile e una deriva autoritaria, tra un controllo amministrativo e una violazione sistematica delle libertà, tra eccezione e normalità. Se tutto diventa «stato di polizia», allora nulla lo è davvero. E così, nel tentativo di denunciare ogni possibile abuso, si finisce per indebolire proprio gli strumenti critici necessari a riconoscere e impedire quelli più gravi.