Eccezionalismo umano e superpoteri animali

La disparità di trattamento che caratterizza la vita di una mucca e quella di un cane vive di una dualità estrema. Da un lato lo shock morale dell’argomento – il cosiddetto approccio di Damasco – per cui si parla comunque di animali: “chi mangerebbe mai un povero cane?”; dall’altro l’ignavia: allevamenti intensivi pieni, canili pure. Il gap percepito tra animale-e-animale si estremizza poi nel considerare quella che è la distanza tra essere umano e animali: le radici sono ben più antiche del periodo illuminista, della centralità dell’uomo e della passione per la cucina fusion. Una prima – e superficiale – lettura della nostra storia “animale” ci porterebbe ad inerpicarsi tra storie di derivazione mitologica o persino primordiale, ma il primo vero tassello dell’eccezionalismo umano è quello biblico.

“Dio disse: ‘facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra’”. Quella storia per cui anche l’uomo sia un animale? La razionalità nel porsi la domanda è di per sé la risposta: nell’esperienza occidentale la superiorità, l’human exceptionalism, è un fattore recondito, impossibile da estrapolare o differenziare. Da questa “razionalità” il concetto scientifico di coscienza: distinguere il bene o il mare, consapevolezza, giusto o sbagliato. Una barriera dal limite minimo, forse, sproporzionato. Così le battaglie, prima legali, poi quelle per le strade: i beagles strappati ai laboratori, i conigli agli allevatori e i visoni per la moda.

Da un lato, dopo la religione, il nuovo dilemma: l’economia. Un sistema economico così stabile, capace di contribuire al PIL globale per l’1.4-1.5%, muovendo trilioni di euro, da non poter essere più spodestato. Non solo l’economia, ma anche il clima ne risentirebbe: una riduzione del peso degli allevamenti intensivi – 14% delle emissioni globali, considerando solo il peso di animali destinati al consumo – gioverebbe in maniera esclusivamente positiva su più livelli.

Dall’altro lato ci sarebbe da meravigliarsi nello scoprire, più che una somiglianza, l’incredibile forza della natura rappresentata da quella fetta animale “selvaggia”, sempre più vicina allo scomparire dalla memoria collettiva legata alla biodiversità. Dalle capacità di rigenerazione di quelle curiose salamandre che invadono la nostra home di Instagram, gli axolotl, alla capacità mimetica delle seppie, alla capacità di controllare l’elettricità delle misteriose anguille. E poi ancora: l’immortalità delle meduse nutricule, alla resistenza delle talpe glabre al nucleare – che farebbe di loro tra, i pochi, papabili esserti capaci di sopravvivere ad un olocausto nucleare.

Guardato con un’altra prospettiva, l’uomo non è eccezionale nella questione pratica, quanto più su di un piano teorico. Un eccezionalismo che di regole, dalle più qualunquiste a quelle più specifiche ne ha confermate fin troppe: che i vincitori scrivono la storia, che la legge della giungla, pesce grande mangia pesce piccolo…