La gabbia estetica e le rovine del paesaggio

Persiste una spinta irrazionale nell’eliminare drasticamente ogni imperfezione del passato, cercando di ripulirlo e di ridurre tutto il nostro vissuto in una linea retta, pianeggiante. È proprio questa pretesa che guida il capolavoro cinematografico “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” (Michel Gondry; 2004), in cui i protagonisti Joel e Clementine si affidano ad una clinica per ottenere una lobotomia selettiva della memoria: un’igiene funzionale a recidere chirurgicamente i ricordi di una storia d’amore finita male. Ma cosa può effettivamente fare tale operazione di fronte alla riziomatica natura del reale ?

L’illusione clinica risiede nella visione di una prospettiva individualista, quando, in verità, non ci innamoriamo mai solo della persona. Ci innamoriamo del suo paesaggio: delle sue abitudini, dei luoghi che abita, del modo in cui vive il mondo.
Di conseguenza, quando si perde quella presenza, scompare l’intero paesaggio, tutto il mondo che era creato attorno ad essa.
Il crollo di un amore innesca una violenta decostruzione del reale, una frana esistenziale che travolge anche quella specifica versione di noi stessi che poteva esistere ed esprimersi soltanto all’interno di quel preciso disegno.

Tale intuizione trova una formulazione rigorosa nella filosofia di Gilles Deleuze, pensatore francese del ‘900, che evidenzia come i sentimenti non siano semplici moti dell’anima tra due individui isolati, ma articolazioni complesse, molteplici e interconnesse.
Questo concetto impregna la filosofia di Deleuze, ma trova un’incredibile anticipazione letteraria anche nell’opera “Il Piacere” di Gabriele D’Annunzio, il quale mette in scena il dramma dell’individuo percepito non come un soggetto monolitico, ma come nodo di un tessuto geografico e sensoriale più ampio.

Per l’esteta Andrea Sperelli (protagonista del romanzo) le donne amate non rappresentano mere identità conchiuse, bensì incarnano veri e propri mondi, ambienti. Elena Muti non è scindibile dai salotti della Roma aristocratica, dal Palazzo Zuccari, o dal profumo floreale che riempie le stanze in cui entra. Allo stesso modo, la figura di Maria Ferres converge nel silenzio di Villa Schifanoia, nella musica di Bach, nella natura sacralizzata.
Il desiderio di Sperelli, dunque, non si canalizza mai verso un’unica essenza, ma convoglia piuttosto in ciò che Deleuze definirà un concatenamento: «Desiderare è costruire un concatenamento, costruire un insieme. L’insieme formato da una gonna, un raggio di sole, una strada…il concatenamento di una donna, di un paesaggio, di un colore. Ecco cos’è il desiderio» (da L’Abécédaire de Gilles Deleuze).
Proprio per il suo scompiglio intrinseco, il concatenamento è perciò contrario alla logica di una fusione armonica e serena. Nella prospettiva deleuziana l’incontro diventa uno scontro, una cattura reciproca. Perché il desiderio non unisce per filiazione o somiglianza, ma per contagio e forza di riappropriazione. Difatti, Andrea Sperelli tenta di catturare i paesaggi di Elena e di Maria per alimentare la propria macchina estetica, ma ne viene a sua volta imprigionato. Ciò vale altresì per gli altri personaggi. Anche Maria Ferres, in riferimento al suo rapporto con Andrea, scrive nel suo intimo Giornale segreto «Accade talvolta che io mi senta spingere da un subitaneo fascino, da un’attrazione cieca, da una violenza irragionevole, verso una frase, verso una parola che potrebbe rivelare la mia debolezza».

In generale, rileggendo la dinamica dannunziana attraverso le categorie di “Mille piani” (di Gilles Deleuze e Félix Guattari; 1980), ci si accorge di come la meccanica relazionale ripercorra il modello della rete riziomatica, ossia un’anti-struttura, priva di un singolo centro di gravità e dove ogni punto si connette con qualsiasi altro senza alcun ordine lineare. Ne “Il Piacere” codesta complessità reticolare viene sempre accostata ad un’aspirazione armonica mediante un costante vivace dualismo dialettico. Il rigore formale, le stanze ordinate, la ricerca del “bello”, la cura maniacale per l’arredo ed i rituali aristocratici costituiscono un tentativo invano di accogliere, in un quadro risolto, il decadimento morale e la crisi esistenziale di Sperelli. Il proposito narrativo del protagonista di fare della propria vita un’opera d’arte risponde proprio a questo disperato bisogno di costruire una vera e propria gabbia estetica per proteggersi dal disfacimento del reale; tuttavia lo sforzo si rivela fallimentare di fronte alla molteplicità riziomatica della realtà, cioè il reale si afferma inflessibile a questa gabbia formale.

Trasportando queste nozioni alla struttura narrativa di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” assistiamo all’apoteosi del conflitto tra l’esperimento di porre un ordine lineare (ossia la cancellazione chirurgica dei ricordi) e la resistenza irriducibile del rizoma relazionale. Nel momento in cui la macchina penetra negli anfratti della mente per smantellare i ricordi si attiva il principio deleuziano della rottura asignificante. Ogni volta che un frammento viene reciso, il rizoma non muore, ma devia, imboccando linee di fuga inattese e rifugiandosi nella coscienza, arrivando quindi a sabotare il protocollo.

Poiché non ci innamoriamo mai solo della persona, ma del suo intero “paesaggio”, Clementine si è insinuata in ogni angolo della coscienza di Joel: cancellare il volto di Clementine significherebbe demolire l’intero ecosistema sensoriale ed esistenziale in cui Joel ha vissuto e si è formato. L’operazione fallisce perché i ricordi non sono corpuscoli isolati o file di un archivio statico, ma sono una costellazione di tratti singolari immersi in un immenso concatenamento.

In definitiva, il profondo parallelismo tra la pellicola di Gondry, la prosa dannunziana e la filosofia di Deleuze risiede nella consapevolezza che l’esistenza non sia un dramma individuale, ma piuttosto un fatto di cartografia. L’essere umano non è un ente a sé, bensì è il divenire fisico del concatenamento dei paesaggi che edifica con l’altro. Per questo la tragedia dell’esteta e di ogni amante risiede nella scoperta disorientante che, una volta distrutto quel paesaggio condiviso, l’individuo si trova irrimediabilmente svuotato, diventando prigioniero di un mondo che non esiste più, spinto da una connaturata forza a rincorrere la propria ineliminabile via di fuga da quelle rovine.