Emma Bonino, per tutti ma contro tutti

Spesso vengono trascurate alcune campagne care all’ormai compianta Emma Bonino, adombrate dalle sue arcinote gesta in fatto di aborto, divorzio ed altri cavalli di battaglia del fronte progressista. Queste iniziative meno ricordate non sono sempre state apprezzate, né dai suoi principali alleati politici, né da chi le si è opposto fin dall’inizio. 

Emma Bonino è una figura che diede filo da torcere a tutto lo spettro politico italiano: nel 2013, il PMLI (Partito Marxista-Leninista Italiano) la definisce una “femminista piccolo-borghese, interventista, filo-sionista e anticlericale pentita”, mentre, in seguito al passaggio a miglior vita di Papa Francesco, La Verità, consapevole del suo sodalizio con il Pontefice, le suggerisce di “tenere le sue fisse fuori dalla chiesa”. Nonostante, in quest’ultimo periodo, sia stata riverita da più testate, alcune hanno preferito attenersi ad una linea più dura nei suoi confronti, rinnovando oltraggi già arrecatile nel corso della sua vita. È sempre il quotidiano La Verità ad aver porto le sue “condoglianze” con scarso tatto, pubblicando in prima pagina il titolo “Fine Vita” in caratteri cubitali e definendo la defunta “la donna che trasformò l’aborto in una bandiera”.

Una delle sue prime idee scomode al Partito Radicale, all’epoca baluardo del liberal-progressismo, viene alla luce negli anni ottanta: si tratta del suo appoggio all’organizzazione dissidente polacca Solidarność, primo sindacato indipendente da un partito comunista dell’ex-blocco sovietico. A tale associazione fa capo Lech Wałęsa, primo presidente polacco eletto tramite voto popolare, nonché destinatario del premio Nobel per la Pace nel 1983. A causa delle critiche riguardo la sua linea politica di matrice fortemente cattolica e la sua omofobia, prendere una posizione a lui favorevole costa ad Emma Bonino l’essere bollata come “troppo atlantista” e poco aderente a un’ideologia alla quale, secondo molti, avrebbe dovuto prostrarsi con cieca ubbidienza. 

La questione Est Europa si fa ancora più spinosa svariati anni dopo, quando, una volta nominata commissaria europea durante il mandato Santer, esprime il suo pieno supporto per l’intervento NATO in Kosovo del 1999. Si giustifica sostenendo che l’attacco abbia un fine umanitario, affermando che “professare la pace a ogni costo dinanzi a un macellaio ha lo stesso spessore politico-culturale del famoso slogan facciamo l’amore non la guerra degli anni Sessanta”. Tale uscita non piace al suo seguito molto pacifista ma non altrettanto acuto, che la critica (di nuovo) per aver rinnegato la linea tradizionale radicale. Non mancano le polemiche per rimarcare che tale intervento non era stato autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma, come verrà purtroppo dimostrato tra allora ed oggi, “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”. È d’obbligo un ringraziamento al ministro degli esteri Tajani, che ogni tanto illumina l’umanità con la sua sovrumana dote nell’affermare inconsapevolmente il vero.

Nel 2015, a causa della sua “eccessiva istituzionalizzazione” in ambito politico (deve aver giustamente rimuginato sull’elezione di Cicciolina in parlamento), e forse anche per via dell’immagine controversa associata a un’Emma Bonino “di tutti e di nessuno”, avviene la celebre rottura tra lei e Marco Pannella: ciò la porta, nel 2017, alla fondazione di +Europa.  Il 2 agosto 2022, tale partito forma un’alleanza con Partito Democratico e Azione, in vista delle elezioni politiche previste a settembre dello stesso anno. Dopo soli cinque giorni Calenda diserta: offeso dal fatto che +Europa non avesse voluto seguirlo in questa scampagnata di coalizione, decide di spacciare per illegittime le donazioni che il nuovo partito aveva accettato dal multimiliardario ungherese George Soros. Costui aveva intestato circa 1.5 milioni di euro a vari esponenti di +Europa, oltre a duecentomila euro versati direttamente nelle casse di +Europa. Per screditare i suoi ex-alleati, Calenda cerca di aggrapparsi alla legge spazzacorrotti emanata a inizio 2019, immemore del fatto che le sanzioni non si applicano qualora le donazioni vengano intestate a individui specifici. Il versamento al partito era stato concluso il 30 gennaio 2019, un giorno prima dell’entrata in vigore della nuova norma. Emma Bonino, inevitabilmente associata alla questione, difende il partito dalle accuse di corruzione sostenendo che, nonostante le voci secondo cui Soros avrebbe tentato di forzare +Europa a costituire un “listone antifascista” insieme al PD (richiesta discutibilmente ragionevole), le donazioni non abbiano alcun fine oltre a quello dichiarato di appoggiare i valori progressisti ed europeisti condivisi dal magnate.

Che la si ammiri o meno, Emma Bonino ha saputo ottenere ciò che voleva e portare a termine le sue campagne a costo dell’impopolarità. Secondo Marco Travaglio “ha avuto così tante poltrone da destra a sinistra che neanche Divani&Divani”, ma ciò è un riflesso della sua presenza nell’empireo della Realpolitik: è riuscita a flettere a fini pratici la sua ideologia senza, checché se ne dica, abbandonare determinati valori di base.

I suoi sforzi sono valsi la pena? Ai posteri l’ardua sentenza, anche se è difficile dire quanto lei rispetterebbe un’opinione formulata dal panorama politico di oggi, sempre più populista, sempre più divergente e sempre meno europeo. “L’Europa è stata la visione di pochi, è diventata una realtà per molti, diventerà una necessità per tutti”: questa fu una delle sue frasi preferite (attribuita all’ex-cancelliere tedesco Adenauer), che forse racchiude ogni suo auspicio per il Vecchio Continente. Se tale necessità verrà colmata è un interrogativo lontano dall’avere una risposta, ma la speranza è l’ultima a morire.