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Transatlantico. A che punto sono le relazioni tra USA ed Europa?

(Questo articolo è stato ideato prima dell’emergenza coronavirus ed è basato su fonti risalenti a pochi giorni prima della crisi. Intendiamo pubblicare a breve approfondimenti sull’impatto del COVID-19 sul sistema internazionale).

Si è conclusa, da ormai varie settimane, l’annuale Conferenza di Monaco sulla Sicurezza internazionale, giunta alla 56° edizione. L’evento, una vera propria “Davos” della Sicurezza, è uno degli appuntamenti più importanti sul tema per gli esponenti dell’èlite mondiale, in particolare occidentale. È un momento carico anche di un forte valore simbolico, in quanto riassume anno per anno la cooperazione fra le due sponde dell’Atlantico. L’edizione di quest’anno, tenutasi dal 14 al 16 febbraio presso l’Hotel Bayerischer Hof , ha visto riunirsi 35 capi di Stato e di governo, assieme ad altre 500 personalità tra ministri, diplomatici, alti ufficiali delle forze armate e alti funzionari della Sicurezza e della Difesa, nonché imprenditori legati al tema della cyber security[1]. La sala da ballo del Bayerischer Hof ha infatti ospitato, in una sessione particolarmente animata, il Presidente francese Macron, il Presidente della Repubblica federale tedesca Steinmeier, il Segretario di Stato americano Pompeo, la Speaker della Camera dei Rappresentanti USA Pelosi, il Ministro della Difesa russo Lavrov, il Segretario generale della NATO Stoltenberg, il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg.

WESTLESSNESS: IL RAPPORTO DI MONACO 2020

Come ogni anno, i lavori della Conferenza hanno affrontato un macro-tema scelto dagli organizzatori ed esposto in un report introduttivo a cura dal Presidente della Conferenza Wolfgang Ischinger, un diplomatico tedesco in pensione. Se nel 2019 il focus erano state le potenze regionali, nel 2020 l’evento si è focalizzato sui rapporti tra grandi potenze: Stati Uniti, Cina, Russia ed Europa (quest’ultima al netto delle sue divisioni interne). Se per decenni la Conferenza ha offerto l’immagine di un Occidente coeso (“una riunione di famiglia”, si legge nel rapporto), il titolo di quest’anno è di tutt’altro avviso: Westlessness (“mancanza di Occidente”). Nel suo report, Ischinger pone l’accento su quello che definisce il declino dell’Occidente e della sua presenza nel mondo, analizzando varie divisioni che affliggono i rapporti transatlantici. Stati Uniti ed Europa sono infatti divisi su vari dossier, fra cui i rapporti con l’Iran, il Nord Stream 2 (un nuovo gasdotto tra Russia e Germania in fase di conclusione, osteggiato apertamente dagli Americani e voluto dal governo Merkel), il ruolo della NATO e le tensioni commerciali fra Washington e Bruxelles[2]. Le visioni di Stati Uniti ed Europa (o meglio, Francia e Germania) appaiono “provenienti da due differenti universi”[3]; tali incomprensioni, unite a una congiuntura internazionale sempre più incerta, in cui il potere “cambia di mano sempre più rapidamente” e “gli avanzamenti tecnologici sono sempre più veloci”, contribuiscono a rendere il mondo “sempre meno occidentale”[4].

IN PUNTA DI FIORETTO: IL DUELLO MACRON-POMPEO

Il rapporto di Ischinger è stato effettivamente profetico sull’andamento della Conferenza: discorso dopo discorso si è consumata una vera e propria schermaglia tra i delegati francesi e tedeschi da un lato e quelli americani dall’altro. Il Presidente francese Macron, in particolare, si è confermato alfiere della nascita di una sovranità europea, come aveva già spiegato nello scorso novembre al settimanale britannico The Economist. Nella famosa intervista, dal sapore alquanto gollista, l’inquilino dell’Eliseo aveva affermato che le fragilità europee, il senso di accerchiamento e talvolta di impotenza sarebbero stati risolti solo se l’Europa avesse iniziato a pensarsi come “potenza globale”, giocando la carta della difesa comune europea, indipendente dagli Stati Uniti e dalla NATO; Macron aveva inoltre provocatoriamente definito la NATO “in stato di morte cerebrale” (brain-dead)[5], criticando la condotta degli Stati Uniti, come l’Alleanza aveva affrontato l’ingresso delle truppe turche in Siria e suscitando a Washington e fra gli altri alleati vivaci polemiche, durate fino al vertice per i 70 anni dell’Alleanza Atlantica, tenutosi a Londra lo scorso 3 dicembre. A Monaco, Macron ha ribadito: “Ciò che l’Europa vuole non coincide sempre con i desideri dell’America”.

Nella sua replica a Macron, il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha lanciato una vera e propria controffensiva diplomatica, sottolineando da un lato l’importanza della coesione interna all’Occidente, dall’altro il ruolo fondamentale degli Stati Uniti: “Queste affermazioni non riflettono la realtà. Mettiamo in chiaro una cosa: gli Stati Uniti combattono in tutto il mondo per la loro sovranità e per quella dei nostri amici (…) L’Occidente sta vincendo e si vince assieme.”[6] Pompeo ha inoltre ribadito agli Europei la disapprovazione degli Stati Uniti nei confronti della realizzazione del gasdotto Nord Stream 2 tra Germania e Russia e dello sviluppo del 5G in collaborazione con la Cina e la Huawei. Sul 5G Pompeo ha anche incassato l’inaspettato supporto di Nancy Pelosi, democratica e implacabile avversaria di Trump. Come ha scritto Joseph Nye, docente di Harvard e ideatore della teoria del soft power, “La posizione degli Stati Uniti sui rapporti con la Cina è bipartisan”[7]. In sostanza, il messaggio di Pompeo è stato chiaro: gli USA continueranno a fare la loro parte, ma pretendono che i loro interlocutori mettano da parte disegni alternativi e distinguo multilaterali. Il Segretario di Stato USA ha poi lasciato il palco per incontrare il Ministro degli Esteri russo Lavrov in un faccia a faccia privato.

ANALISI. EUROPE PUISSANCE: LA POSIZIONE FRANCESE SULLA DIFESA EUROPEA E I SUOI LIMITI

Come si è già accennato, l’idea di Macron è tutt’altro che nuova nella storia della politica estera francese. Oltre alla radicata tradizione gollista, le sue affermazioni nell’intervista al The Economist e a Monaco si richiamano all’idea di Europe puissance (Europa potenza, ndr), espressa nel 1997 dal suo predecessore Jacques Chirac. Nella visione di Chirac, l’Europa avrebbe dovuto cessare, per affrontare le sfide internazionali in modo adeguato e affrancarsi dagli Stati Uniti, di proiettare la sua influenza solo tramite soft power (cultura, valori, istituzioni), ma sviluppare una propria capacità militare indipendente, gestendo così le relazioni internazionali come una potenza “classica”.[8] Per un Paese che si definisce ancora oggi una potenza globale è fondamentale trasporre i propri interessi su una scala geopolitica più ampia per avere più peso : quanto espresso da Macron (e da Chirac) può essere letto come una traslazione della politica estera e degli interessi francesi sull’UE. Se si considera questo aspetto, la sfiducia del Presidente nei confronti della NATO va interpretata non solo come un’analisi sulle condizioni dell’Alleanza, ma anche sulla sua aderenza o meno agli interessi francesi. La crisi dell’Alleanza Atlantica, secondo Macron, risiede in tre punti[9]:

1) gli alleati europei sono sempre più dubbiosi sulla garanzia americana di solidarietà e assistenza in caso di bisogno (prevista dall’art. 5 del Trattato di Washington)[10]. L’art. 5 è il perno dell’Alleanza e ha legato la sicurezza europea a quella americana. Le critiche espresse da Trump durante la campagna elettorale del 2016 e agli inizi della sua presidenza nei confronti della NATO e soprattutto di quegli Stati che non investivano abbastanza nella Difesa, demandando la loro sicurezza agli USA, hanno suscitato in alcuni Europei la sensazione di non poter contare automaticamente sul supporto americano in caso di necessità;

2) Parigi ha una diversa percezione della Russia rispetto a Washington e non vede Mosca come una minaccia alla sicurezza, ma piuttosto come un partner. Ciò ha creato contrasti tra l’Eliseo da un lato e la Casa Bianca e il Segretario generale della NATO Stoltenberg (convinti assertori del contenimento della Russia) dall’altro. Parigi infatti ritiene che la storica avversione Washington-Mosca esponga eccessivamente gli alleati europei degli Stati Uniti, che sarebbero i primi ad essere minacciati da un contraccolpo russo in caso di peggioramento delle relazioni tra la Casa Bianca e il Cremlino. Ogni postura americana offensiva nei confronti della Russia è dunque percepita come un danno alla sicurezza europea: si pensi, ad esempio, al ritiro dell’Amministrazione Trump dallo storico accordo INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty, Ndr) firmato da Reagan e Gorbaciov per la messa al bando dei missili nucleari a raggio intermedio in Europa[11]. Per la Francia la vera minaccia non è il Cremlino, ma il terrorismo jihadista e l’islamismo radicale (“Contro il terrorismo islamico condurremo una lotta senza tregua”[12][13]) e vorrebbe riorientare l’Alleanza Atlantica su questa posizione. Il governo francese vorrebbe che le energie della NATO fossero maggiormente dedicate al Medio Oriente e al Nordafrica, aree in cui la Francia ha e desidera avere un ruolo di primo piano[14];

3) contrasti tra Stati Uniti e Unione Europea in merito a multilateralismo e organizzazioni internazionali. Gli approcci diversi degli Stati Uniti, improntati (almeno in parte) a una tradizione unilaterale in politica estera e a un approccio più bilaterale che multilaterale nei negoziati, ed Europa, a sostegno del multilateralismo, non sono delle novità, sebbene siano attualmente rappresentati con forza dai rispettivi governi[15].

Coerentemente a queste considerazioni, la Francia ha sempre avuto un ruolo di promozione dell’integrazione europea in materia di difesa comune. L’ultimo sviluppo si è avuto con la PESCO (Cooperazione strutturata permanente) tra 25 Paesi dell’UE, costituitasi nel dicembre 2017. L’iniziativa promuove progetti di integrazione dei comandi e delle unità delle forze armate, addestramento, armonizzazione degli armamenti. Alla fine dello scorso anno sono stati lanciati altri 13 progetti, portando i programmi collegati alla PESCO a un totale di 47. La Francia è protagonista sia in sede decisionale che di implementazione e solo in quest’ultimo ampliamento partecipa a 10 dei nuovi 13 progetti, guidandone 3. Alcuni sono particolarmente ambiziosi: i cosiddetti enablers, in particolare, riguardano il dispiegamento congiunto di forze e la fase operativa (un altro campo in cui la Francia è leader); meritano inoltre menzione iniziative in merito alla cybersecurity e alla difesa navale[16].

La visione francese, in quanto tale, tuttavia, ha dei limiti: proprio perché in linea con gli interessi di Parigi, non può riflettere la posizione di tutti gli Stati europei. Alcuni, tra cui soprattutto la Germania e l’Italia, hanno una visione molto meno avventurista nel settore militare, preferendo i classici strumenti di multilaterlismo e soft power: ciò è dovuto in parte all’approccio che si è sviluppato in entrambi i Paesi durante la guerra fredda e alle loro costituzioni che enfatizzano la pace e il ripudio della guerra, scoraggiando il dibattito su investimenti più corposi nel campo della difesa. In secondo luogo, la visione della Russia come partner e non più competitor suscita molte perplessità tra vari membri dell’UE, specialmente i Paesi Baltici e la Polonia, animati da un forte spirito atlantista e che vedono nell’alleanza con gli Stati Uniti la principale garanzia di sicurezza: dalla crisi ucraina le tensioni alle frontiere tra la Russia e Paesi NATO sono considerevolmente aumentate, a colpi di esercitazioni lungo i confini e violazioni dello spazio aereo. La stessa Germania, che ha una stretta cooperazione economica ed energetica con il Cremlino e che è arrivata perfino a rifiutare l’invito formale dell’ambasciatore americano a Berlino di interrompere il progetto del Nord Stream 2 con la Russia[17], in campo diplomatico-militare persegue una politica più tradizionale. Subito dopo la famosa intervista di novembre, la Merkel ha ufficialmente preso le distanze dalle dichiarazioni di Macron e il suo ministro degli Esteri, Heiko Maas, ha definito “folle” ogni cooperazione militare che prescinda dagli Americani. Mentre Macron ha invocato l’ ”autonomia strategica” dagli Stati Uniti e una “sovranità europea” durante i suoi due discorsi del 2019 e 2020 all’Ècole de Guerre, la Germania punta a un accordo di cooperazione europeo, ma in seno alla NATO e con il supporto di Washington, analogamente al vecchio Piano Pleven[18]. Il prevalere di uno dei due approcci definirà i rapporti di forza all’interno dell’asse franco-tedesco: una cooperazione basata su strumenti militari e di difesa si avvicinerebbe all’idea francese di Europa, a differenza di quella attuale basata considerevolmente su competenze economiche e, di conseguenza, a guida della Germania[19].

Il problema della visione di Macron è che – nonostante tutto – la NATO è uno strumento di difesa collettiva ancora supportato dagli Stati membri (specie dai nuovi arrivati) e la deterrenza americana in funzione anti-russa è da loro preferita rispetto a quella che potrebbe offrire un progetto a guida francese, peraltro non unanimemente condiviso. Anche il dialogo con la Russia non potrà estendersi oltre settori economici e diplomatici specifici, si pensi al sostegno francese di quest’anno per il ritorno della Russia nel Consiglio d’Europa (dopo che era stata sospesa a seguito della questione ucraina) o al tacito supporto di Parigi nei confronti di alcune azioni di Mosca in Siria. Nessun Paese europeo, nemmeno la Francia, può esercitare un’egemonia indipendente sul continente; da decenni l’ago della bilancia del Vecchio Continente è il balancing esterno offerto dagli Stati Uniti[20]. Ciò ha portato vari Stati, per pacifismo o convenienza, a demandare la loro difesa agli Americani, rendendo difficoltosa la nascita di un pensiero geostrategico comune. La costruzione di un’autonomia da Washington troverebbe anche molti oppositori nelle classi dirigenti europee e nei comandi, che vedono nell’Alleanza un elemento di prestigio e carriera. Da decenni, poi, è in corso un’atlantizzazione e un’americanizzazione (specie all’interno dei nuovi membri NATO) sia delle èlite politico-militari sia degli “stati profondi” (le alte burocrazie ministeriali, delle agenzie di intelligence e delle forze armate) dei Paesi membri dell’Alleanza.

ANALISI. LA POTENZA INDISPENSABILE: COME GLI USA VEDONO L’EUROPA E IL RUOLO DELLA NATO

“Qual è il numero di telefono per parlare con l’Europa?” è la citazione attribuita al Segretario di Stato americano Henry Kissinger per esemplificare come gli Americani vedessero (e vedano tuttora) l’Europa priva di una politica estera comune. Per gli Stati Uniti, l’UE è un oggetto misterioso: non è uno Stato, ma neppure una mera organizzazione internazionale e vi sono alcune prerogative di sovranità che gli Stati hanno ceduto, mentre ne mantengono gelosamente altre. Benché storicamente promotori di grandi organizzazioni multilaterali, gli Americani preferiscono negoziati bilaterali, in modo da far pesare al massimo la loro influenza[21]. Washington preferisce coltivare relazioni dirette con i singoli Stati e mai un’organizzazione multilaterale potrà sostituirsi a questo modello. Dal momento che il metodo principale dell’UE in materia di politica estera e di difesa è quello intergovernativo, in questo campo gli Americani sono poco interessati a Bruxelles e molto di più ai singoli Stati membri.

Tale approccio tradizionale è stato ulteriormente rafforzato da Trump. L’America First è basata su una logica revisionista rispetto all’ordine liberale promosso dall’Occidente durante e dopo la guerra fredda. Secondo questo approccio, l’ordine liberale e le varie organizzazioni internazionali globali (ONU, NATO, WTO e altre) sono quasi di impaccio agli Stati Uniti. Lungi dal distendere le relazioni con Mosca, l’amministrazione Trump afferma di perseguire una politica estera dichiaratamente realista, stando anche alla New National Security Strategy for a New Era, pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2017: la NSS prospetta un approccio realista nella gestione delle relazioni internazionali[22]. Non solo: si indica la necessità di sviluppare tutti gli strumenti di potenza necessari per quella che viene descritta come “la competizione globale”. I competitor? “Cina e Russia sfidano il potere, l’influenza e gli interessi dell’America al fine di eroderne sicurezza e prosperità[23]”. Alla luce di queste considerazioni, gli Stati Uniti ritengono che sia stato un errore cooperare con Russia e Cina alla fine della guerra fredda e che anzi queste ultime si avvantaggino della globalizzazione e dell’ordine internazionale liberale per prosperare ai danni dell’Occidente. Infatti, il documento prosegue: “(Occorre) ripensare le politiche di sicurezza degli ultimi vent’anni, basate sulla convinzione che includere i rivali nelle istituzioni internazionale e nel commercio globale li avrebbe trasformati in attori benigni”[24]. In tal senso, l’Europa è vista come un campo di battaglia in cui le due potenze revisioniste cercano di emergere. Washington ritiene le azioni russe e cinesi come una minaccia per le relazioni transatlantiche e per l’impegno americano nel continente. In particolare, USA e Russia utilizzano in Europa la tattica del divide et impera: gli USA per conservare gli equilibri e i rapporti tradizionali, la Russia per mutarli a suo favore. Ciò risponde chiaramente alla logica realista che vede il sistema internazionale come un gioco a somma zero: i vantaggi possono essere conseguiti solo a scapito di qualcun altro. All’interno dei rapporti euro-americani, conseguenza di tale tattica è una crescente preoccupazione tra gli alleati europei, dal momento che tendono a non fidarsi del tutto dei partner di oltreoceano o a ritenersi loro pedine nel contenimento di Russia e Cina. A questo va aggiunto il particolare stile negoziale di Trump che si potrebbe definire transactional, cioè proprio di una transazione, di un contratto, essendo costituito dalla tendenza di assumersi impegni o a fare concessioni in cambio di compensazioni. Ad esempio, nei suoi rapporti con l’Europa, il Presidente americano si è dimostrato disposto a sospendere la politica di dazi, in cambio di un maggiore impegno degli alleati nel bilancio NATO. Sempre in ambito NATO, pur di recuperare il rapporto con Erdogan e strapparlo dall’intesa con Putin, ha di fatto tollerato l’invio unilaterale di truppe turche in Siria. Va comunque specificato che, almeno in tempi recenti, le divisioni più recenti tra le due sponde dell’Atlantico risalgono alle amministrazioni Bush e Obama. Nel primo caso l’approccio unilaterale americano ha creato dissidi in seno agli organismi multilaterali (si pensi ai contrasti all’ONU tra Stati Uniti e Francia sull’Iraq); nel secondo caso gli USA sono giunti a intravvedere nella Germania un competitor geo-economico e si sono avvalsi anche di mezzi di spionaggio per monitorare i loro stessi alleati, come è stato reso noto nel 2013 durante l’affare Datagate[25].

Grande sostenitore del contenimento di Russia e Cina e della svolta realista (almeno secondo la National Security Strategy), temperata però dal tentativo di rilanciare l’intesa tra i Paesi occidentali, è proprio il Segretario di Stato americano Mike Pompeo. In materia di relazioni transatlantiche, Pompeo fa appello all’unità dell’Occidente, esaltando l’importanza della NATO (e di fatto screditando disegni eccessivamente indipendenti da parte degli Europei in materia di politica estera e difesa, come è accaduto anche a Monaco). L’Alleanza Atlantica è, secondo Pompeo, l’asse portante sia per mantenere vivi i rapporti tra Europa e America, sia per contenere efficacemente l’ascesa di Cina e Russia. A dispetto della retorica trumpiana della campagna elettorale, l’attuale amministrazione americana si mantiene saldamente atlantista. Secondo Pompeo, per rispondere efficacemente alle sfide attuali, deve diversificare il suo campo d’azione e agire in vari dossier: “aggressioni russe, crisi migratorie, cyberattacchi, sicurezza energetica, concorrenza strategica cinese “[26]. I continui appelli all’unità di Pompeo sono anche un tentativo di ricompattare il versante sudorientale dell’Alleanza: l’intervento unilaterale della Turchia in Siria alla fine del 2019 e il suo acquisto di missili S-400 dalla Russia (fatto senza precedenti per un membro NATO) hanno inferto un grave colpo alla credibilità del club atlantico e hanno spinto Macron a trarre le già citate conclusioni.

Pompeo ha trovato un interlocutore favorevole nel Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, in carica dai delicati giorni del 2014. In quell’anno infatti la NATO ha dovuto affrontare la crisi ucraina, arrivando a costituire task force speciali a difesa dell’Europa orientale, specie nelle Repubbliche baltiche, dove la presenza di regioni russofone rendono possibile una replica degli eventi della Crimea. Si tratta di un rafforzamento tramite strumenti convenzionali, ma anche attraverso l’intelligence e la cybersecurity. Tuttavia, la vera novità in campo strategico è il contenimento della Cina, in accordo con gli Stati Uniti. Stoltenberg ha infatti descritto come preoccupante la crescita del potere cinese “dal Pacifico meridionale, all’Africa, passando per il cyberspazio europeo”. Per contenere Pechino, la NATO si sta impegnando a costituire un’”Unità Cina”[27], in modo da affrontare eventuali minacce simmetriche e asimmetriche cinesi. Il nuovo dossier è talmente rivoluzionario per la storia dell’Alleanza che si può parlare di “NATO 2.0”.

È chiaro che il destino della NATO dipenderà dalla sua capacità e dalla volontà dei suoi membri di affrontare sfide vecchie e nuove, convenzionali e non. Nell’ambito dell’eredità della guerra fredda, la NATO si è allargata alla fine degli anni ’90 alle Repubbliche baltiche, arrivando alle frontiere della Russia; recentemente vi sono entrati Montenegro (2017) e Macedonia del Nord (2020). La fine dello storico accordo INF nel 2019, firmato da Reagan e Gorbaciov nel 1987 contro la proliferazione di armi nucleari in Europa e che era stato uno dei simboli della fine della Guerra fredda, non ha fatto che accrescere l’insicurezza. In Medio Oriente, con l’accordo del 29 febbraio tra USA e Talebani pare essere giunta a conclusione la missione più lunga mai svolta dalla NATO. Allo stesso tempo, l’Alleanza cerca di rispondere anche a nuove sfide, dando interpretazioni rivoluzionarie del Patto atlantico e della sicurezza collettiva. Il vertice NATO di Varsavia del 2016 ha istituito il Cyber Defense Pledge, che estende il concetto di minaccia anche ai gravi atti cibernetici e offre quindi ai membri la possibilità di invocare il cruciale art. 5 del Trattato di Washington, quello sull’obbligo di mutua assistenza. Per conciliare istanze così variegate e attori così eterogenei, il segretario generale NATO Stoltenberg mira a potenziare il ruolo dell’Alleanza nel cyberspazio, le capacità di corpi speciali da mandare in missioni di supporto o deterrenza (si vedano i contingenti in Iraq o in Europa orientale) e infine una cooperazione globale con attori fino ad ora rimasti, almeno formalmente, fuori dal raggio dell’Alleanza: Australia, Corea del Sud, Giappone e Israele, quest’ultimo fondamentale per le sue conoscenze in campo digitale[28]. Infine, il miglior argomento a favore dello stato attuale delle relazioni transatlantiche restano la deterrenza e la compatibilità di valori tra Europa e Stati Uniti[29]. Per quanto differenti possano essere gli alleati tra loro e possa avvertirsi l’assenza dell’equilibrio di un mondo bipolare, sostituito da un ben più destabilizzante confronto con grandi e medie potenze revisioniste, nessuno – socio o avversario – è in grado di sostituirsi agli USA, che tuttavia vengono percepiti (e in alcuni casi alimentano tale percezione) come sempre più ambigui e intenzionati a disimpegnarsi. Ma, come abbiamo cercato di dimostrare, si tratta di un ritiro che l’America non può permettersi, almeno finché vorrà continuare ad essere la “potenza indispensabile”.

Fonti e sitografia


[1] L’Occidente al bivio. I leader del mondo alla Munich Security Conference – Formiche.net

[2] Munich Security Report 2020. Westlessness. https://securityconference.org/assets/user_upload/MunichSecurityReport2020.pdf

[3] Trump’s US and EU in parallel universes on security – POLITICO

[4] Munich Security Report 2020. Westlessness https://securityconference.org/assets/user_upload/MunichSecurityReport2020.pdf

[5] On the edge of a precipice. Macron on a mission – The Economist

[6] Trump’s US and EU in parallel universes on security – POLITICO

[7] La battaglia di Monaco. Così Trump e Pelosi sfidano insieme Huawei – Formiche.net

[8] Europe first – Aspenia online

[9]  Perché nella morte della NATO non spera neanche Macron – Limes, rivista italiana di geopolitica (01/2020)

[10] Ibidem

[11] Ibidem

[12] Macron, lotta senza quartiere al terrorismo – ANSA

[13] Perché nella morte della NATO non spera neanche Macron – Limes, rivista italiana di geopolitica (01/2020)

[14] Ibidem

[15] France dominant in new flurry of EU military projects – POLITICO

[17] Angela Merkel and Vladimir Putin push ahead with pipeline – DW News

[18] Il Piano Pleven prende il nome dal ministro degli Esteri francese René Pleven e fu presentato nel 1950 su suggerimento di Jean Monnet. Era alla base della costituzione di una Comunità Europea di Difesa e prevedeva la costituzione di sei divisioni coordinate da un unico ministro della difesa e poste sotto il comando NATO

[19] Perché nella morte della NATO non spera neanche Macron – Limes, rivista italiana di geopolitica (01/2020)

[20] Ibidem

[21] Perché alla NATO non rinunceremo mai – Limes, rivista italiana di geopolitica (04/2018)

[22] A New National Security Strategy for a New Era – White House, December 18, 2017 https://www.whitehouse.gov/articles/new-national-security-strategy-new-era/

[23] Ibidem

[24] Ibidem

[25] Datagate, il Guardian: “Cimici americane nelle ambasciate UE” https://www.corriere.it/esteri/13_giugno_30/guardian-datagate-pagina-rimossa_569d17ee-e163-11e2-a879-533dfc673450.shtml

[26] Trump wants NATO’s eyes on China – Foreign Policy https://foreignpolicy.com/2019/03/20/us-wants-nato-to-focus-on-china-threat-critical-infrastructure-political-military-huawei-transatlantic-tensions/

[27] Ibidem

[28] NATO’s role in cyberspace – NATO Review Magazine

[29] IS NATO braindead? – RAND Corporation

Aldo Carano

Studente presso il Master in European and International Studies. Laureato in Studi Internazionali, appassionato di politica estera, diplomazia e relazioni transatlantiche

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