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il Segnalibro – cap. 6

Un grande coccodrillo che ci tiene nella sua bocca: questa è la madre

Con questa citazione di Jacques Lacan si apre Mandibula, romanzo di Mónica Ojeda del 2018, recentemente tradotto in italiano e pubblicato da Alessandro Polidoro Editore. Le citazioni che precedono il racconto sono in realtà numerose, da poeti, scrittori e filosofi. Tra queste spiccano i nomi di Lovecraft, Poe e Shelley, che possono aiutare il lettore a farsi un’idea dello stile del romanzo. Idea che, ne sono certa, non può che essere parziale e ridotta, perché si tratta di un’opera impossibile da collocare all’interno di un unico genere letterario.

Ojeda crea un universo complesso ma dettagliato: il mondo di un gruppo di ragazze benestanti che frequentano un collegio femminile cattolico. Il romanzo ricostruisce i rapporti che si instaurano tra le adolescenti protagoniste, ma anche quelli tra loro e le figure di riferimento che le circondano, quindi le madri e le docenti. Si tratta di un romanzo tutto al femminile, che destruttura completamente il rapporto madre-figlia dal complesso punto di vista adolescenziale, in particolare da quello di Fernanda. Questa, all’inizio della narrazione, si sveglia confusa in una baita e si rende conto di essere stata sequestrata. Ad effettuare il rapimento, scopriamo quasi subito, è stata Clara, la sua insegnante di letteratura. Da questa scena iniziale si snodano i vari piani della narrazione, che non si svolge in modo lineare, ma tramite vari salti temporali che ricostruiscono le vicende delle varie protagoniste: Fernanda e la sua migliore amica Annelise, due studentesse brillanti quanto problematiche, e la loro professoressa di lettere, Clara.

Il punto di vista di Fernanda apre le porte su una realtà adolescenziale che si caratterizza soprattutto per una grande componente esplorativa. Credo che “esplorazione” sia una parola chiave calzante. In effetti, rende l’idea del fermento adolescenziale che porta le ragazze ad investigare in modo irruento e sfrenato la realtà, ponendo come veicolo principale di questa perlustrazione i loro stessi corpi. Ma non solo: sfrenata ed esplorativa è anche la scrittura di Ojeda, che non si pone nessun limite, tanto a livello formale quanto a livello contenutistico, spingendosi a sondare una serie ampia di temi e di aspetti controversi dell’essere umano, molti dei quali costituenti dei veri e propri tabù.

Un altro argomento trattato visceralmente è quello della paura, affrontato in quello che secondo me costituisce il passaggio più bello del romanzo, ossia il tema di Annelise (nel XXI capitolo). Annelise chiama la paura orrore bianco: «non uno spavento che ti fa tremare o venire gli incubi, l’orrore cosmico non è così, è un’inquietudine, una specie di presenza adagiata nel profondo di noi, e giace nella nostra mente fino a distruggerci».

La paura è rappresentata nel romanzo come sentimento umano capace di dettare la nostra stessa mostruosità, ed è legata in maniera indissolubile al desiderio. Desiderio impossibile di essere amate, soprattutto nella fase di separazione dal nucleo genitoriale: i rapporti delle protagoniste con le loro madri sono tutti dettati dal terrore e dall’orrore. Annelise ha una madre violenta e anaffettiva; quella di Fernanda teme sua figlia e la incolpa della morte del fratellino, al punto da sfuggire da lei; Clara è segnata per sempre dal disprezzo della sua defunta madre per lei, e rimane ossessionata dalla sua persona al punto da riprodurne compulsivamente i comportamenti e i pensieri («la madre che le abitava la mente»). Quello che ci è stato sempre raccontato come il rapporto più naturale e semplice del mondo è quindi destrutturato completamente. L’essere allieve e l’essere figlie sono peraltro due dimensioni che si fondono a più riprese durante il romanzo, perché Clara riproduce la disfunzionalità del rapporto con sua madre anche nel suo mestiere, non sapendo relazionarsi con le sue studentesse senza farsi vincere dal terrore, non essendo in grado di amarle.

Le passioni violente delle ragazze si formano in questo momento di separazione, l’adolescenza, definita da Annelise stato intermedio, dotato di «qualcosa di pericolosamente indefinito, un vuoto, un potenziale che può esplodere in qualunque direzione», il che le conferisce un carattere mostruoso. «L’infanzia finisce con la creazione di un mostro che vaga nella notte: un corpo disgustoso che non può essere educato». Ojeda stessa dichiara di aver voluto rappresentare il monstruoso femenino, inteso come ciò che diventiamo nell’impossibilità di essere ciò che ci si aspetta che siamo. La cosa interessante è che questo discorso non vale solo per le adolescenti, ma per chiunque viva una condizione di repressione. Mostruose sono infatti le angherie a cui le allieve sottopongono l’inquieta professoressa, mostruosi sono i giochi estremi a cui le amiche si sottopongono vicendevolmente per misurare la propria sopportazione, ma mostruose sono anche le madri e i loro atteggiamenti incomprensibili: si tratta di personagge che combattono tutte con lati oscuri profondi e spaventosi.

Nel loro rapporto di amicizia Fernanda e Annelise si spingono oltre tutto ciò che costituisce la disciplina ferrea a cui sono sottoposte in quanto allieve e in quanto figlie, e superano continuamente i limiti. «Perché la natura delle figlie, diceva il credo, era saltare sulla lingua materna tenendosi salde per mano; sopravvivere alla mandibola per diventare la mandibola, prendere il posto del mostro, ossia della madre-Dio che dava inizio al mondo del desiderio. Ecco cos’era una sorella: un’alleata contro l’origine».

All’interno del grande edificio abbandonato in cui si incontrano con le altre amiche ogni giorno per raccontarsi storie creepypasta e lanciarsi sfide pericolose si sviluppa la loro relazione, espressione di una violenza che, a detta della stessa autrice, è propria dei sentimenti e dei rapporti dell’età adolescenziale. I sentimenti provati dalle ragazze sono estremi e turbinanti nel bene e nel male, ambivalenza che trova nell’immagine della mandibola una delle metafore più ricorrenti ed efficaci del romanzo. Il coccodrillo che tiene al sicuro la sua prole all’interno della grande mandibola, stessa mandibola con cui uccide e caccia le sue prede, fornisce una fotografia perfetta e riassuntiva della storia. Questa, infatti, rimanda continuamente all’atto della masticazione, alla triturazione reciproca dei personaggi che si fagocitano a vicenda, il che contribuisce a creare un’atmosfera da romanzo dell’orrore, da non intendere solamente in senso figurativo: l’orrore suscitato dalla lettura è quello dato da un’esplorazione senza filtri degli aspetti più grotteschi e spaventosi dell’umano, esplorazione che finisce per esporre tutto ciò che è innominabile nella sua violenza e brutalità. La mandibola è anche simbolo della casa, che può essere luogo sicuro in cui trovare rifugio, ma anche luogo di prevaricazione, dolore, morte. Da ciò deriva anche una destrutturazione più generale della famiglia: al centro di questa stratificazione tematica c’è la famiglia come l’abbiamo sempre pensata, quella dell’amore eterosessuale e monogamo, stesso nucleo da cui nasce la violenza e all’interno del quale, afferma Ojeda in un’intervista, “noi donne moriamo” giorno dopo giorno. In questo nucleo si costituisce l’identità delle protagoniste, in base a come queste riescono (o non riescono) a confrontarsi con le loro profonde paure. Si tratta di un aspetto psicologico centrale, quello della fragilità sostanziale e generatrice, aspetto curato nel dettaglio soprattutto tramite i dialoghi di Fernanda con il suo psicologo: questi, di cui conosciamo solo le risposte della ragazza, aiutano a ricostruire parte della narrazione, ma soprattutto costituiscono un prezioso elemento di analisi della personalità scostante ed inquietante di lei.

In conclusione, paura, desiderio e violenza si mescolano nel romanzo come parti sostanziali e definitive dell’esperienza umana, un’esperienza continuamente spinta agli estremi dalle ragazze. Il complesso ma riuscitissimo apparato narrativo, che spazia dal genere thriller psicologico al poliziesco, dall’horror al romanzo di formazione, è sostenuto brillantemente da una scrittura coraggiosa e sorprendentemente riconoscibile, ricca di immagini e metafore, simboli e rimandi letterari e cinematografici. Questi forniscono un’idea della capacità poetica dell’autrice e tengono insieme una narrazione non lineare ma nel complesso perfettamente funzionante, in grado di tenere legati alla storia fino all’ultima pagina, nonostante il disturbante e l’orrore.

In fondo a me c’è una madre senza volto / un Dio / dai tentacoli aerei / che attraversa la stagione più bianca della natura. / Il suo petto è un giardino di ortaggi morsicati / uno stagno madre di anaconde / un utero errante / una mandibola / che bagna il mio cuore / con il suo latte perfetto.

Sara Nichiri

Sono una studentessa di Letterature, traduzione e critica letteraria presso l'Università di Trento. Mi piace leggere e condividere riflessioni, amo la musica e mi interesso anche di attualità, femminismo e sostenibilità.

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