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Perché il mondo va in rovina: gli 8 peccati capitali della nostra civiltà

Cos’ha in comune un tumore maligno con la moderna società del progresso? Verso quale cupo e inesorabile destino sta precipitando l’umanità?

Sono in molti al giorno d’oggi, complice un attento studio comparato tra le varie specie animali, ad accorgersi che c’è del marcio nella specie homo sapiens. Infatti, se osserviamo la società moderna, quel che notiamo è un paradosso inspiegabile: vediamo oggi l’homo faber, con le sue piccole mani laboriose, intento a darsi un gran da fare per assicurare a se stesso e ai suoi consimili l’estinzione

Così molti intellettuali dello scorso secolo si immaginavano il mondo del futuro: un mondo di orrore, sterilità e sacrificio. Lo scrittore britannico Aldous Huxley ne “Il mondo nuovo” illustra alla perfezione quale sia il prezzo da pagare per la stabilità sociale. La società utopica che egli dipinge ha come primo e gravissimo problema da affrontare la sovrappopolazione. Un mondo in cui le vite individuali eccedono di gran lunga le risorse disponibili non può essere felice e tantomeno ordinato. Gli uomini decidono dunque di immolarsi alla sacra scienza e di controllare meccanicamente le nascite attraverso un processo di fecondazione artificiale. È poi essenziale che le persone nate in questo modo non minaccino l’equilibrio sociale, e dunque uomini e donne vengono condizionati sin da prima della nascita ad amare il ruolo che saranno destinati a ricoprire in vita. La popolazione del Mondo Nuovo è tanto mirabile quanto bizzarra: cova un odio indotto verso tutto ciò che è vecchio e antiquato e, al contrario, un amore spassionato per il nuovo. Il Mondo Nuovo è un termitaio: per le sue strade girano schiere di gemelli identici, schiavi dell’industria, artifici senz’anima, tutti addestrati ad amare e volere le stesse cose. In un mondo come quello, si cerca sempre la distrazione, la solitudine è evitata come la peste.

Ma come siamo arrivati, o meglio, come potremmo arrivare a una società simile a quella sopra descritta? 

Il biologo, studiando il comportamento dell’animale e il suo adattamento all’ambiente, indaga su come la selezione naturale abbia agito nel corso della filogenesi (l’evoluzione di una data specie). Solitamente, si osserva che un determinato animale perde o acquista certe caratteristiche specifiche per sopravvivere meglio in un dato ambiente, e dunque il “fine ultimo” della selezione naturale sarebbe un fine “nobile”: la conservazione della specie stessa. Osservando però il comportamento della specie homo sapiens, questa ha sviluppato diverse abitudini distruttive. La sovrappopolazione, la devastazione del suo spazio vitale, l’ansia competitiva tra gli uomini, l’inaridirsi dei sentimenti, il deterioramento genetico, l’astio ossessivo nei confronti di tutto ciò che è vecchio e tramandato, l’indottrinamento delle masse, la corsa ad armamenti nucleari: questi sono i peccati capitali dell’umanità, questi i ritmi vertiginosi e ossessivi su cui essa scandisce la propria marcia solenne verso la morte. 

Tali peccati capitali sono stati brillantemente messi in luce da Konrad Lorenz, zoologo ed etologo austriaco, nonché pioniere dell’ambientalismo. Nel suo libro ‘Gli otto peccati capitali della nostra civiltà‘, pubblicato nel 1973, Lorenz sostiene la tesi che tali peccati siano disfunzioni di processi biologici normali, e dunque elementi patologici. La natura è un gioco di parti, equilibri e compensazioni armoniche. L’umanità, più di ogni altra specie, ha creato diverse falle in questo sistema e, ciò che è ancora più grave, è che essa sembra aver perso ogni sensibilità, dal momento che gira con degli abiti bucati e stracciati che non si preoccupa di rammendare. 

La radice di tutti i problemi della società moderna è, secondo Lorenz, la sovrappopolazione. Se si stipano diversi animali all’interno della stessa gabbia, si osserverà un aumentare della loro aggressività intraspecifica. Questo è pressappoco ciò che succede nelle moderne periferie urbane: grigie e aride, esse imprigionano e allevano gli uomini in modo innaturale, come fossero termiti. La necessità di ottimizzare gli spazi e velocizzare i processi di costruzione fa sì che le periferie pullulino di abitazioni identiche e anonime, e tale non può che essere anche l’uomo che vi abita. Quest’uomo non solo non sopporta la vista dei propri simili, tanta è la miseria della sua condizione che egli vede riflessa in loro, ma è anche inaridito e spogliato della propria anima. L’atrofia dell’immaginazione e l’insensibilità che spesso oggi osserviamo soprattutto nell’uomo inurbato, sono date dalla ristrettezza dei suoi orizzonti. Quest’uomo è un uomo malato, tant’è che le periferie urbane, se confrontate con i centri cittadini ancora ricchi di monumenti e di storia, assomigliano al tessuto istologico di un tumore maligno.

L’uomo di oggi ha fatto grandi progressi nel campo della medicina e, tuttavia, ha procurato a se stesso la più grave delle malattie. La tesi di Lorenz è, infatti, che, per mantenere uno spirito sano, sia essenziale per l’uomo essere circondato dalla bellezza, sia naturale sia artistico-culturale. Ma l’uomo che viene sradicato dal suo ambiente proprio e viene trattato come un animale da lavoro diventa cieco di fronte alla bellezza. Con la perdita del senso estetico si accompagna anche la perdita del senso morale: è così che gli uomini riescono a sacrificare come nulla fosse un bel paesaggio di campagna per costruirvi una strada, basta che ciò risponda anche al più futile capriccio. 

L’uomo, con il suo sfruttamento distruttivo, apporta cambiamenti rapidi in un ambiente la cui evoluzione e il cui perfezionamento hanno richiesto intere ere geologiche. Il ritmo lento della filogenesi, della selezione naturale, lascia ora il posto ad un ritmo veloce: la vita dell’uomo è oggi schiava dell’ansia di fare, produrre, avere sempre di più. L’uomo moderno antepone l’azione tempestiva alla riflessione, egli non ha tempo per nulla, tanto meno per analizzare le conseguenze dei suoi comportamenti. Il detto secondo cui “il tempo è denaro” è estremamente pericoloso, perché significa che ogni secondo risparmiato ha valore, dunque se è possibile costruire un aereo che giunge dall’Europa all’Atlantico anche in soli trenta minuti in meno, nessuno si chiederà quale sia la controparte nell’inquinamento acustico o nei rischi maggiori dati dall’aumento di velocità al decollo o all’atterraggio. 

Gli uomini che vivono stipati in città sono tra loro in rapporti di contrapposizione e competizione. La competizione costituisce la forma più pericolosa di selezione intraspecifica. Quando avviene all’interno della medesima specie, infatti, la selezione naturale può portare a un decadimento del patrimonio genetico, ed è quello che noi oggi osserviamo. La fretta e l’angoscia sono alla base della volontà di imporsi e di schiacciare i propri consimili, e sono sentimenti dovuti, a loro volta, al fatto che il futuro viene sempre più percepito come minaccioso. All’epoca di Lorenz, con la corsa agli armamenti atomici, la minaccia di una guerra nucleare era sempre viva e inquietante. Oggi noi conosciamo questi sentimenti soffocanti per tante altre ragioni. In ogni caso, la fretta e l’angoscia distruggono l’uomo perché impediscono lo sviluppo della riflessione, che è la qualità umana fondamentale.

Gli uomini competitori corrono una corsa in cui è fatale rimanere indietro, per questo essi cercano di essere sempre un passo avanti, assicurandosi di rimanere aggiornati su tutto. La neofilia, ovvero l’amore nei confronti di ciò che è nuovo, è la malattia più grave dell’uomo moderno e, tra le altre cose, comporta l’incapacità di sviluppare un attaccamento affettivo nei confronti di oggetti e persone e la necessità di andare sempre oltre senza soffermarsi a riflettere su niente. Questo istinto è sfruttato sapientemente dalla propaganda politica e dalla pubblicità industriale.

La neofilia ha poi a che fare con la necessità impellente di procurarsi tutto subito. Un tempo, la vita dell’uomo era ardua e pericolosa, egli si scontrava tutti i giorni con la morte, obbligato a cacciare la propria preda e a costruirsi ripari. A questo periodo risale anche, biologicamente parlando, lo sviluppo del sistema piacere-dolore, seguendo il quale i comportamenti umani sono condizionati da stimoli di dolore o piacere. L’insegnamento e conseguenza più importante di tale sistema sta nel fatto che l’organismo deve saper rapportare l’entità del guadagno finale al sacrificio che l’azione per raggiungerlo comporterebbe. L’uomo moderno, costruttore di aeroplani e automobili sempre più veloci, se ne è dimenticato, e decide deliberatamente, come se nulla fosse, di devastare la natura per soddisfare anche il più futile dei suoi bisogni

La domanda sorge spontanea: perché il più razionale tra gli animali si comporta in modo così apparentemente insensato? La risposta sta proprio nel fatto che, al di là di ciò che ritengono i razionalisti, la ragione umana non è onnipotente, e negli uomini è presente un grande numero di istinti, siano essi positivi o negativi, innati o acquisiti. Un istinto che nell’uomo si è formato nel corso della sua evoluzione è quello di essere sempre più intollerante al dolore e, parallelamente, insensibile al piacere. Ciò provoca un sentimento perenne di noia e l’incessante ricerca di stimoli nuovi e sempre più intensi. 

L’intolleranza al dolore trasforma i naturali alti e bassi della vita umana in una pianura artificiale, le onde grandiose del mare tempestoso in vibrazioni appena percettibili, le luci e ombre in un grigiore uniforme

Questo atteggiamento di neofilia si accompagna alla neotenia patologica, ovvero quella condizione per cui gli uomini in età adulta conservano comportamenti ancora infantili. È essenziale che l’uomo adulto conservi la voglia di esplorare e la curiosità verso il mondo caratteristiche dello stato infantile. Il problema insorge però quando l’uomo adulto si trascina con sé caratteristiche immature come un profondo egoismo e l’incapacità di empatizzare con i sentimenti altrui. Questi atteggiamenti infantili sono esasperati negli individui criminali, i quali rappresentano un grande pericolo per la società. 

La minaccia peggiore di tutte è, tuttavia, secondo Lorenz, la dottrina pseudo-democratica che crede nell’onnipotenza del condizionamento. Essa infatti non crede che esistano delle caratteristiche innate che distinguono gli individui gli uni dagli altri, dunque ogni persona può essere educata, o, nel caso dei criminali, rieducata in modo che si integri alla società. La tesi di Lorenz è invece che condizioni come la neotenia patologica siano genetiche, e che dunque i criminali debbano essere sì compatiti ma compresi per quello che sono, ovvero individui malati forse incurabili, non trattabili alla stregua di persone normali. A livello sociale, infatti, sta accadendo lo stesso processo che avviene per via cellulare e che ha portato all’aumento dei tumori maligni: il tumore si verifica quando le cellule tumorali (chiamate da Lorenz cellule asociali) vengono accolte e integrate dalle altre cellule all’interno dei tessuti come fossero cellule normali. 

Lorenz si preoccupa soprattutto di denunciare gli aspetti negativi della nostra civiltà, ma la sua opera, intrisa di pessimismo, stenta a proporre soluzioni pragmatiche. Pare che le uniche cose che possiamo fare per sperare di salvare la razza umana siano lo sceglierci partner la cui caratteristica principale sia l’onestà, per impedire il decadimento genetico. Per sconfiggere la noia e ritrovare l’amore per la vita dovremmo invece ricercare ostacoli naturali da affrontare, come il prestare opere di salvataggio a chi è in difficoltà. Ma rimane una nota amara di fondo, la quale vede l’uomo sempre più rimbecillito e di conseguenza sempre più incapace di redimersi di fronte alla natura. L’uomo continua a correre, sorpassando perfino la sua stessa umanità perduta, la quale, dal canto suo, si allontana sempre di più fino a rappresentare un misero e tenue bagliore all’orizzonte.

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