La vita è sogno

Immaginiamo che degli uomini, incatenati nelle profondità di una buia caverna e impossibilitati a compiere qualsiasi tipo di movimento, siano costretti a fissare per tutta la vita la stessa parete rocciosa. Tra le spalle dei prigionieri e l’entrata si erge un piccolo muro, illuminato dalla luce di un fuoco che raggiunge anche il fondo della grotta. Tra il muricciolo e il fuoco un secondo gruppo di uomini proietta delle ombre alla parete, come in uno spettacolo di burattini: chiaramente i prigionieri, che da sempre vivono nella caverna, penseranno che le sagome mostrate corrispondano alla realtà. Ora, ipotizziamo che uno degli schiavi riesca a scappare: una volta uscito, accecato dal sole, si sentirà certamente spaesato e continuerà a credere nelle ombre; con l’avanzare dei giorni, però, si renderà conto dell’inganno e potrà tornare nella caverna per rivelare la scoperta ai compagni. Tuttavia, riabituare gli occhi all’oscurità e persuadere gli altri prigionieri a lasciare la grotta sarebbe molto complicato, in quanto rimarrebbero fermi nella loro certezza: per loro il mondo reale è quello delle ombre.

La storia appena esposta è il celebre “mito della caverna” di Platone. Si tratta di un racconto allegorico che si presta a diverse interpretazioni: tra queste, la più affascinante riguarda il concetto di “risvegliodal sonno che la vita rappresenta. Come in un sogno, i prigionieri vivono in un mondo fittizio, che tuttavia faticano ad abbandonare: l’occasione per comprendere la realtà viene offerta dall’uomo fuggito dalla grotta, ma gli schiavi si rifiutano di credere alle sue parole, in quanto non vogliono (e non hanno la possibilità) di vedere oltre le rassicuranti sagome che li accompagnano giornalmente.

D’altronde, anche noi preferiamo rifugiarci spesso nelle nostre convinzioni (o presunte tali) piuttosto che affrontare delle verità che potrebbero deluderci o sconvolgerci. È per questo, forse, che all’accorgersi dell’avvicinarsi dell’alba tentiamo di riprendere velocemente sonno: vogliamo trascorrere gli ultimi momenti di serenità prima del risveglio, continuando a scrivere le pagine della nostra vita parallela nello sconfinato mondo dell’irrazionale.

Talvolta può accadere che non si riesca più a distinguere la realtà dal sogno: è il caso di Sigismondo, protagonista dell’opera La vida es sueño di Calderón de la Barca. Figlio di re Basilio, esperto astrologo, Sigismondo viene rinchiuso sin dalla nascita in una torre, poiché il padre aveva predetto che sarebbe diventato un principe tirannico. Un giorno Basilio decide di somministrare del sonnifero al figlio, portandolo a corte per la prima volta: il re racconta a Sigismondo la verità sul suo passato, suscitando in lui una violenta reazione. Il suo comportamento viene visto come espressione della propria natura malvagia, ignorando la sua condizione di individuo abbandonato a se stesso: Basilio, quindi, decide di somministrargli una nuova dose di sonnifero per rinchiuderlo ancora nella torre. Risvegliatosi, Sigismondo si trova davanti a un enorme dilemma: pensa di aver sognato, ma reputa che l’incontro col padre sia stato troppo realistico per essere una fantasia. Infine, giunge alla conclusione che tutta la vita è sogno.

L’esistenza umana, dunque, è caratterizzata da un’intensa componente surreale, quasi esoterica, che permea la mente di ogni persona: è compito del singolo riuscire a controllare tale influenza, senza reprimerla totalmente e senza lasciare che essa prenda il sopravvento.

Luca Perbellini

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