Regole del litigio perfetto

Tante volte capita di essere in disaccordo con qualcuno e altrettante è possibile sentirci feriti, incompresi, offesi o non rispettati. Quando succede, le risposte principali sono due: stare in silenzio, che sia da people pleaser, “timidi” o persone attonite, oppure iniziare una discussione, più o meno impegnativa. In questo episodio, In Punta di Piedi proviamo a esplorare le diverse reazioni possibili e a individuare, in particolare, quali sono i modi migliori per comunicare il nostro disappunto.

Iniziamo con una premessa sul carattere che, insieme al proprio bagaglio personale, è determinante nella preferenza di un approccio piuttosto che un altro. Al contempo, va però ricordato che giustificare le proprie reazioni e scelte con l’abitudine è insufficiente: una volta identificato cosa spiega gli aspetti peggiori del nostro modo di fare, insomma, è bene iniziare a lavorarci per capirli e renderci conto del margine d’azione che abbiamo su di essi, anche solo per non essere tanto passivi alla vita.

Detto questo, vediamo le varie fasi. Un litigio può nascere all’improvviso o a seguito di una o una serie di offese che, “accumulate” nel tempo, diventano insostenibili per almeno una delle due parti. Nel primo caso si tratta spesso di risposte impulsive e la rabbia tende a prevalere; nel secondo, invece, di solito abbiamo una persona al suo limite di sopportazione e una buona dose di frustrazione. Dopodiché, che sia per una parola di troppo o perché l’insofferente ha finalmente parlato, inizia la discussione, dai toni più o meno accesi. Infine, terminato il confronto, le opzioni sono: “tanti cari saluti”, “problema risolto, sono felice che ne abbiamo parlato” oppure un sorriso per strada e poche chiacchiere di circostanza.

Prima di procedere, specifichiamo che in questo articolo non trattiamo le degenerazioni più violente di un confronto, non perché non siano importanti, ma perché meritano una sezione a parte e toni differenti. In caso di violenza e stalking la helpline, per chi non la conoscesse, è 1522, e riceve telefonate e messaggi sul portale 24/24. Per ulteriore assistenza, anche l’associazione D.i.Re offre ulteriori reti di contatto per donne.

Dato che, in qualunque di queste fasi, è possibile dire parole spiacevoli, essere offensivi e, in generale, dover affrontare conseguenze indesiderate, vediamo due buoni consigli da tenere a mente

  1. Preferire la vulnerabilità all’aggressività (quando possibile)

Spesso litighiamo perché qualcosa ci fa arrabbiare. Ma da dove viene la rabbia? Come abbiamo già spiegato, la rabbia è una delle emozioni primarie e, in parole povere, è una “risposta spontanea alle ingiustizie”, di qualunque tipo queste siano. Infuriarsi però non porta al cuore della questione, ovvero il motivo per il quale quel fatto preciso è per noi inaccettabile: insulta la nostra dignità? Tocca un’insicurezza delicata o manca di rispetto ad una parola data? È offensivo, impertinente, scorretto verso qualcuno o qualcosa? 

Riuscire ad arrivare al nucleo della nostra rabbia ci permette infatti di esprimerci coerentemente con i nostri veri sentimenti e aumenta le possibilità di ottenere un cambiamento nella direzione desiderata. Dopotutto, per quanta ragione si possa avere, sbraitare le proprie convinzioni porta a una polarizzazione irreparabile del confronto più che a una soluzione efficace. 

Se poi non abbiamo la confidenza necessaria per mostrarci fragili, ad esempio se discutiamo con qualcuno in un contesto formale, è comunque bene arrivare al confronto preparati su quello che proviamo davvero e sul tipo di cambio di rotta che desideriamo veramente. A prescindere dalle circostanze specifiche, il punto non deve essere tanto la massima diplomazia possibile, ma una comunicazione chiara e sincera.

  1. Mettersi nei panni dell’altro

Il secondo suggerimento è quello di provare (seriamente) a capire in che posizione si trova chi abbiamo davanti. Questo esercizio di empatia – che possiamo fare, ad esempio, ripetendo l’accaduto dal punto di vista dell’altro o come narratori esterni – ci permette di renderci conto di come sono andate davvero le cose ed evita che ci fossilizziamo troppo su una prospettiva egocentrica ed egoista. 

Questo ci ricorda poi anche di avere più riguardo verso le parole che scegliamo. Specialmente se parliamo con un amico, un familiare o un partner (ma ovviamente in generale con chiunque ci troviamo davanti), è bene tenere sotto controllo onestà e brutalità per due motivi principali. In primo luogo, essere spietati è totalmente inutile sia che si voglia far pace sia che si vogliano tagliare i ponti: in entrambi i casi, dire certe cose ci renderà solo persone infime e non apporterà alcun beneficio. Inoltre, per quanto possa scappare una verità senza filtri, è anche vero che non sempre pensiamo certe cattiverie: magari, ad esempio, conosciamo le insicurezze dell’altro e le usiamo contro di lui per “vincere” la discussione noncuranti delle possibili ripercussioni su di lui e il suo stato mentale.

Infine, un importante passo è imparare a chiedere scusa. Nonostante il nostro rammarico debba essere calibrato alle circostanze, per esprimerlo a modo sono quattro i punti che non devono mai mancare, oltre alle magiche paroline del “mi dispiace”: riconoscere l’offesa e assumersi le proprie responsabilità; spiegare come si è arrivati a quel punto (senza cercare di giustificarsi, solo per dare risposte ed essere onesti); esprimere rimorso, ad esempio vergognandosi delle proprie azioni; offrirsi di fare ammenda, che sia riparando un danno fisico o garantendo di migliorare in futuro.

Insomma, i disaccordi e gli scontri sono potenzialmente all’ordine del giorno. Piuttosto che evitarli, quindi, e conseguentemente reprimere emozioni quali rabbia, frustrazione, disappunto e delusione, è bene imparare a comunicare le proprie necessità e stabilire dei confini. Infine, vale la pena ricordare che farsi rispettare non richiede arroganza né maleducazione e che, “per preservare o ristabilire una connessione con gli altri, è necessario abbandonare i concetti di giusto e sbagliato e provare a capire anche le esperienze del prossimo” (Julie Corliss per Harvard Health Blog).

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