Scomposizioni sartoriali: l’eccezione nei lavori di Rei Kawakubo e Martin Margiela
L’eccezione è la regola che si rompe (e, nel farlo, libera qualcosa di nuovo).
Nel mondo della moda, l’eccezione riguarda la capacità della veste di decomporre la regola, smontare il conformismo e la norma sociale ponendosi come atto distinto di libertà individuale o di trasgressione estetica.
Per Georg Simmel, la moda nasce dall’attrito tra la necessità di imitazione (legata all’ appartenenza sociale) e il bisogno di differenziazione (esigenza di unicità). In questa visione, l’eccezione è proprio il momento in cui l’individuo, mediante lo stile, si distacca dalla massa: è la peculiare forma che reincanta il quotidiano con la sua singolarità.
Nello specifico, però, nel mondo della moda, l’eccezione diventa un elemento radicale con il decostruzionismo.
La tecnica della decostruzione implica una profonda trasformazione dei capi tradizionali, unendo parti disgiunte e sviscerando i dettagli nascosti del capo, scardinando così le norme della sartoria classica. Designer come Rei Kawakubo e Martin Margiela sono stati i precursori di questa estetica, rompendo i canoni dell’epoca e stravolgendo l’anatomia della veste.
Rei Kawakubo, con la sfilata di Comme des Garçons del 1981 a Parigi, presenta una collezione caratterizzata da vestiti rotti, vissuti, bucati, sfiniti, mirati a distruggere il tradizionalismo e gli stereotipi di genere.
Non fu subito capita, ma col passare del tempo molti seguirono la sua prospettiva. Però, non appena gli altri designer cominciarono ad imitare la sua visione, lei si incanalò nuovamente in una corrente opposta, rimuovendo le tonalità cupe e introducendo colori sfarzosi e pattern ambigui.
Kawakubo è un nobile modello da prendere come riferimento, perché continua a rinnovare la sua personalità, le sue idee e, di conseguenza, il suo marchio. Rompe incessantemente la regola.
Come si può evincere dall’esordio, lo scopo della stilista è rappresentare se stessi in modo non convenzionale, stravolgendo la scala gerarchica, mettendo in primo piano la persona e non l’abito.
La figura di Kawakubo, pertanto, non traccia un profilo progressista solo da un punto vista stilistico, ma anche, e sopratutto, sociale: la moda non è più uno show passivo teso a piacere, bensì diventa un atto politico, un interrogativo per stimolare chi guarda.
Anche la filosofia di Martin Margiela fu tra le prime a sfidare gli ideali definiti e perfezionisti della moda degli anni ’80. Infatti, mentre in molti tendevano ad ostentare e mettersi in mostra, lo stilista decise di restare lontano dai riflettori, mirando, con le sue creazioni, a celebrare il difetto e reinterpretare l’aspetto e gli elementi sartoriali in modo continuo, costante: la sua non è una banale esposizione, bensì una scorticazione dell’abito, volta ad esprimere le viscere e la realtà strutturale.
Si oppose alle convenzioni della moda, trasformando oggetti comuni in opere d’arte e dimostrando la sua genialità nel riutilizzo creativo dei materiali e delle forme. Tramite questa rivelazione del processo dietro la costruzione dei capi, Margiela mira ad abbracciarne la bellezza dell’imperfezione: celebra l’anomalia, l’eccezione.
Per questo, come ci ricorda anche Alessandro Michele nelle sue pubblicazioni, possiamo affermare che la moda è la più metafisica delle arti: impone una pratica di immaginazione speculativa (su se stessi e sul mondo), incita a mutare volto, ad inventarsi nuovi modi di essere.
Insomma, la moda ci insegna che è necessario decostruire per poter esistere, rompere la regola per poter svelare qualcosa di nuovo che prima era nascosto. L’eccezione diventa una inconsueta ma preziosa postura dell’Essere.
