L’ombra delle Erinni: il peso della colpa da McEwan a Dante

La lettura di “Espiazione” (“Atonement” in lingua originale), romanzo di Ian McEwan, termina lasciando un interrogativo: perché è così importante per l’uomo espiare le proprie colpe?

Espiazione è un libro che sconvolge: suddiviso in tre parti, più un’appendice nella quale emerge il senso dell’intero romanzo, narra attraverso quella che si scopre essere la voce della protagonista le conseguenze tragiche di un errore di giudizio di quest’ultima. All’età di tredici anni, infatti, Briony Tallis accusa l’amico di famiglia, Robbie Turner, di violenza contro la sorella maggiore Cecilia, fraintendendo quello che era in realtà l’inizio di una storia d’amore tra i due. La seconda parte del libro è dedicata interamente alla descrizione delle terribili vicende della Seconda guerra mondiale, in particolare della ritirata inglese dal suolo francese; vicenda nella quale Robbie era stato forzatamente coinvolto dopo alcuni anni di carcere, dal quale l’unica via d’uscita era stata, appunto, l’attività militare. Infine, nella terza sezione, lo sguardo del narratore torna su Briony, nel frattempo cresciuta e impegnata come infermiera in un ospedale di Londra – fatto che stona non poco agli occhi del lettore, che aveva conosciuto una Briony tredicenne caratterizzata da una brillante intelligenza e immaginazione. Le atroci fatiche che Briony si trova a dover affrontare, soprattutto una volta che i feriti di guerra giungono fino agli ospedali di Londra, si configurano come la punizione auto-inflitta della sua colpa, una colpa quasi “originaria” nel senso che è a monte di un corso che caratterizza ben tre vite – quella di Briony, di Robbie e di Cecilia. Questo percorso di “purificazione”, che sembra avvenire nell’ospedale, giunge al termine nel finale di tale sezione, quando avviene l’incontro tra Briony e la sorella, la quale nel frattempo si era ricongiunta a Robbie, sopravvissuto alla guerra. Sebbene ciò non comporti il perdono dei due nei confronti di Briony, tuttavia sembra ristabilire l’ordine, in una dinamica di vita che pare rispondere a un giusto disegno.

Il romanzo, tuttavia, non finisce qui: l’ultima parte, che per la sua brevità sembrerebbe quasi un’appendice, racchiude in realtà tutto il tragico realismo della vicenda. Essa si apre con la voce di una Briony ormai settantenne, che parla in prima persona: ciò che abbiamo appena letto si scopre essere il romanzo scritto da Briony stessa. Tuttavia, come tutti i romanzi, le vicende sono state distorte e indirizzate lungo la linea voluta dall’autrice; la realtà, però, è ben diversa. È così che si scopre che l’incontro di Briony con Robbie e Cecilia non è mai avvenuto davvero: il primo è morto in Francia, poco prima di imbarcarsi per tornare in Inghilterra, e la seconda è stata vittima di un bombardamento. I due non si sono più rivisti. Il percorso di espiazione di Briony non è mai giunto al termine, non si è mai concluso: il romanzo è lo strumento attraverso il quale la protagonista tenta di espiare una colpa che la perseguita da una vita intera.

McEwan affronta quindi, magistralmente, un tema universale, quello del senso di colpa, che ha le sue radici fin nella letteratura e mitologia greca: si pensi alla figura delle “Erinni”, malvagi spiriti che perseguitano chi si macchia di un crimine (metafore quindi del rimorso e, per l’appunto, del senso di colpa), o alla celebre storia di Edipo, costruita interamente sulla concezione della colpa ereditaria, oppure al rito di espiazione a cui si deve sottoporre Psiche, dopo aver disobbedito ad Amore scorgendone il volto alla luce della lampada. La consapevolezza morale delle proprie azioni è insita nell’uomo per sua stessa natura; è quel “Super Io” teorizzato da Freud, il giudice privato della propria condotta. Ma il tema della colpa assume un’enorme rilevanza anche e soprattutto nella religione cristiana, fondata sul rito di espiazione rappresentato dalla crocifissione di Cristo. Risulta dunque interessante fare un parallelo con una delle opere della letteratura che più incarna questo pensiero: il Purgatorio di Dante. Come Briony Tallis, Dante Alighieri compone questa cantica della Commedia immaginando sé stesso intraprendere un percorso di purificazione ed espiazione dei propri peccati, i quali gli vengono infatti materialmente sottratti mano a mano che avanza, con la cancellazione delle sette P dalla fronte (simbolo dei sette peccati capitali). Giunto in cima al monte del Purgatorio, nel Paradiso terrestre, Dante-personaggio è del tutto mondato, pronto ad ascendere alle sfere celesti; come Briony al termine del suo romanzo, il percorso di espiazione si è concluso.

Ora, se è certo che in Espiazione l’opera stessa rappresenta per Briony un disperato tentativo di assoluzione, per quanto riguarda Dante-autore non possiamo spingerci a tanto; viene da chiedersi, però, se la scrittura del Purgatorio avesse avuto per Dante una simile funzione: se nel descrivere sé stesso espiare le proprie colpe, Dante sperava forse di raggiungere, anche nella vita reale, quella condizione di purezza e perfezione finale, a lui così cara non solo in quanto uomo cristiano del Medioevo, ma anche in quanto semplice uomo. La domanda fondamentale dunque potrebbe essere la seguente: è, in fin dei conti, mai possibile una vera espiazione?