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Gli insegnanti di cui abbiamo bisogno

Se ci venisse chiesto che cosa ci ha influenzato di più, nella nostra esperienza a scuola, la gran parte di noi penserebbe ad almeno un insegnante: uno particolarmente bravo, appassionato, carismatico, ma purtroppo, altrettanto spesso, particolarmente cattivo. Che gli insegnanti – i professori tanto quanto i maestri – abbiano una concreta influenza su di noi non è solo intuitivamente ovvio, ma statisticamente confermato. John Hattie, docente di Educazione all’Università di Melbourne, ha confrontato numerosi studi che misurano i fattori di maggiore influenza sull’apprendimento degli studenti. Ai primi posti troviamo le aspettative che gli insegnanti nutrono nei confronti degli studenti. 

Il lavoro dell’insegnante è come quello del giardiniere: è un’arte, ma in una certa misura anche una scienza.

Eppure ancora oggi, in Italia, si è legittimati a credere che insegnare sia un mestiere che può fare chiunque, dato che richiede poco più che una laurea in qualsivoglia materia e un po’ di tirocinio. Il lavoro dell’insegnante, invece, è uno dei più difficili che esistano. Ken Robinson (di cui vi abbiamo parlato nella seconda puntata della nostra rubrica) lo paragona a quello del giardiniere. Un buon giardiniere sa che non è lui a far crescere la pianta, ad allungare le radici o far spuntare le foglie; il suo compito è quello di creare le migliori condizioni possibili per il suo sviluppo. Accompagnare la pianta nella sua crescita spontanea, prendendosene cura. Lo stesso vale per un buon insegnante.

Perché insegnare è un’arte, ma in una certa misura anche una scienza. In quanto arte, richiede particolari capacità comunicative ed empatiche, forse innate o acquisibili solo intuitivamente, tramite l’esperienza: nessun libro contiene il segreto per comprendere il carattere di un bambino, o per appassionare un adolescente alla storia. Ma in quanto scienza esige un bagaglio di conoscenze, pratiche e teoriche, che sono state accumulate nel tempo da chi ha insegnato e chi ha studiato, nei più vari ambiti – pedagogico, psicologico, antropologico, neuroscientifico – legati a questa pratica così interdisciplinare. Questo antico e sempre rinnovato patrimonio è però inutilmente sprecato se ognuno poi, nella propria esperienza personale, è costretto (o perlomeno indotto) a partire da zero.

Serve un sistema di formazione più strutturato ed efficiente, che esiga qualità e professionalità non solo nella propria materia, ma anche nelle discipline che sviluppano la capacità di insegnarla.

È questo che ci induce a formulare una seconda proposta: la necessità di un sistema di formazione più strutturato ed efficiente, che esiga qualità e professionalità, ma dia anche gli strumenti per svilupparli. Tutti gli insegnanti, a tutti i gradi e livelli dell’istruzione pubblica, dovrebbero essere altamente specializzati non soltanto nella propria materia, ma anche e soprattutto nelle discipline che, sole, possono sviluppare la capacità fondamentale che si richiede loro: quella di insegnarla

Ancora una volta, non proponiamo nulla che non sia già stato detto e testato. In Finlandia le facoltà di scienze dell’educazione (per cui chiunque voglia insegnare, anche alle superiori, deve passare) sono tra le più ambite. Questo significa che vi accedono solo gli studenti più capaci e più motivati, coloro che devono poi riuscire a frequentare con successo corsi di qualità e livello di innovazione altissimi, basati tanto sulla teoria (e soprattutto sulla ricerca) quanto sulla pratica e sull’inserimento diretto nelle scuole. Anche in Germania esiste un corso di studi specifico, detto Lehramt, che prevede per i futuri professori esami di didattica e pedagogia, oltre che delle materie che insegneranno. 

Qual è invece la situazione in Italia? Nel 2017 sembrava esserci stato un (seppur timido) passo avanti nella giusta direzione: il programma FIT (Formazione Iniziale Tirocinio) aveva introdotto il requisito dei famigerati 24 CFU per accedere al concorso, e tre anni di apprendistato (di cui uno di formazione teorica e due di lavoro stipendiato nelle scuole). La legge di Bilancio del 2019, tuttavia, ci ha riportati altri due passi indietro: da tre anni di tirocinio si torna a uno, e in seguito si viene assunti automaticamente, senza ulteriori verifiche dei risultati né dell’idoneità alla professione dopo questo periodo di prova.

In Italia, la formazione dei professori è sostanzialmente lasciata al caso: un rischio che non ci possiamo permettere, perché riguarda il difficile e delicato compito di educare i futuri cittadini.

Ciò significa, sostanzialmente, lasciare la formazione dei professori al caso. Quali serie garanzie può dare il superamento di tre esami universitari come unico prerequisito per il concorso? Un concorso nel quale, ancora una volta, la maggior parte delle prove si concentra sulle conoscenze specifiche nella materia prescelta, anziché sulle competenze didattico-educative. Nessuna importanza viene data, inoltre, alla reale motivazione degli aspiranti insegnanti nella scelta di questa professione, alla loro attitudine e propensione ad essa; fattori che possono apparire banale, ma sono invece i più importanti per reggere quarant’anni di un lavoro che è molto più faticoso di come molti se lo immaginano.

Fare il professore significa infatti educare, non certo solo istruire, ragazzi che si trovano in un’età ancora più critica di quella della scuola primaria. Gestire gruppi di 25 o 30 adolescenti provenienti dai background culturali e sociali più disparati, con esigenze sempre diverse, con potenziali talenti e più o meno manifeste difficoltà. Un compito difficile e molto delicato, con un impatto individuale, ma anche sociale, tale da non poterci permettere di lasciarlo al caso: si tratta educare le nuove generazioni di cittadini

Foto di ThisisEngineering RAEng su Unsplash

Contatti (per condividere idee, critiche e proposte):

valentina.failla@studenti.unitn.it
elisa.mazzocato@studenti.unitn.it

Per approfondire (bibliografia dell’articolo):

P. Sahlberg, Finnish Lessons 2.0: What can the world learn from educational change in Finland?  New York (USA), Teachers College Press, 2015

PFPTI e 24 CFU: una guida all’uso, articolo di Valeria Brunale sull’Universitario
https://www.luniversitario.it/2019/12/08/pfpti-e-24-cfu-una-guida-alluso/

Rapporto INDIRE sugli insegnanti in Europa e in Italia
http://www.indire.it/wp-content/uploads/2015/08/Gli-insegnanti-in-Europa-e-in-Italia-2.pdf

Talis – Teaching and Learning International Survey dell’OCSE
http://www.oecd.org/education/talis/TALIS2018_insights_and_interpretations.pdf

Articoli del MIUR sulle ultime riforme riguardanti la formazione e assunzione degli insegnanti:
https://www.miuristruzione.it/15557-bozza-bando-concorso-straordinario-scuola-secondaria-ecco-le-ultime-novita/
https://www.miuristruzione.it/7126-riforma-scuola-2019-novita-su-fit-24-cfu-mobilita-e-titolo-abilitante/
https://www.miuristruzione.it/15557-bozza-bando-concorso-straordinario-scuola-secondaria-ecco-le-ultime-novita/

Articolo informativo di Hochschulkompass sulla formazione e assunzione degli insegnanti in Germania:
https://www.hochschulkompass.de/lehramt.html

Articoli precedenti nella stessa rubrica:

#1 Perché abbiamo bisogno di una rivoluzione della scuola

#2 La scuola serve ancora a qualcosa?

#3 Dobbiamo studiare meno, per studiare meglio?

#4 Dalle parole ai fatti: Scuole Aperte ed altre proposte

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