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Pensare alla scuola anche in tempi di crisi

Perché non possiamo più permetterci di avere “problemi più urgenti della scuola” 

di Valentina Failla ed Elisa Mazzocato

Oggi, ancora una volta (l’ultima, per quest’anno), parliamo di scuola. Parlare di scuola in un momento di così grave emergenza sanitaria, economica e sociale, può sembrare inattuale. Il problema, e anche ciò che ci spinge a portare avanti il nostro progetto nonostante tutto, è che, in fondo, parlare di scuola può sempre apparire inattuale: investire sull’istruzione e l’educazione dei più giovani non dà certo i risultati immediati di una manovra economica o di un taglio delle tasse. Senz’altro, ci sarebbe sempre qualcosa di più urgente di cui occuparsi.

Eppure sono queste stesse urgenze che dovrebbero fungere da campanello d’allarme, rivelandosi come sintomi superficiali di quelli che sono, in realtà, i problemi di fondo della nostra società. Ad esempio, non è stata la mancanza di lungimiranza nell’investire sulla formazione e specializzazione dei giovani medici a provocare quelle carenze del sistema sanitario che oggi sono la più grande urgenza dell’Italia? Ed è forse proprio il nostro modo di affrontare i problemi, selezionandoli solo in base all’urgenza, ma senza prospettive di lungo termine, che li porta ad accumularsi fino a quando diventano emergenze, instaurando così un circolo vizioso di cui oggi più che mai stiamo subendo le tragiche conseguenze.

Ripensare la scuola oggi è necessario perché essa manca di un progetto più ampio, ma sopravvive ancora dell’eredità di un tempo precedente alla democrazia, e perciò non è adatta alle esigenze di un cittadino del ventunesimo secolo.

Ripensare la scuola oggi è, perciò, un atto che non può più essere rimandato. In primo luogo, perché essa manca di un progetto più ampio. Non è animata da un fine, da un’idea; sopravvive, per così dire, degli intenti di chi l’ha creata e ridisegnata nel passato. L’aspetto più paradossale di questo stagnamento è che l’ultima riforma davvero completa della scuola italiana fu attuata da Giovanni Gentile, ministro del governo Mussolini, nel 1923. Perché la nostra democrazia vive ancora di rendita, rispetto a ciò che fu immaginato e creato dal fascismo, continuando a rimandare lo sviluppo di una visione nuova per la scuola?

Ripensare la scuola oggi è necessario perché ciò che essa ci dà non basta più: se è stata tarata sulla società, sulla cultura e sulla vita economica e lavorativa di cent’anni fa, non può certo rispondere a quelle che sono le esigenze di un cittadino del ventunesimo secolo. Un secolo che, fin dai suoi esordi, si è caratterizzato per la grande incertezza politica, per la fluidità dei valori e delle ideologie, per l’impossibilità di prevedere gli sviluppi dell’economia o della tecnologia anche solo nel breve termine. Per questo la scuola non può continuare ad essere un luogo di trasmissione di conoscenze e competenze che, già da tempo superate, non potranno che risultare sempre più anacronistiche

Ripensare la scuola oggi, quindi, ma farlo pensando al domani, e trovare il coraggio di costruire, per le future generazioni, la scuola dei prossimi venti, trenta, cinquant’anni. Questo ripensamento va fatto in modo completo e radicale, attraverso il dialogo tra la scienza e la società civile.

Ripensare la scuola oggi, quindi, ma farlo pensando al domani: la nostra generazione dovrà ormai imparare altrove ciò che la scuola non ci ha insegnato, e a partire da conoscenze attuali ed idee innovative ridisegnare il modello di scuola di cui avranno bisogno le generazioni future. In questo presente incerto, spesso oscuro e incomprensibile, dobbiamo trovare la forza di sollevare lo sguardo e spingerlo oltre il buio che ci circonda. Come stiamo lottando contro il cambiamento climatico, non solo per noi stessi, ma soprattutto per assicurare un futuro ai nostri figli e nipoti, così dobbiamo avere il coraggio di costruire per loro la scuola dei prossimi venti, trenta, cinquant’anni. Solo una rivoluzione culturale potrà dare ai futuri cittadini i mezzi per vivere in modo attivo e responsabile nel mondo che noi ancora non possiamo nemmeno immaginare; la consapevolezza che tale rivoluzione non può che realizzarsi attraverso la scuola è quel lumicino di cui abbiamo bisogno per illuminare almeno la strada che a quel mondo ci dovrà condurre.

Ripensare la scuola, infine, è qualcosa che va fatto in modo completo e radicale, come abbiamo cercato di dimostrare in questo ciclo di articoli. Serve un ripensamento a tutti i livelli – da quello primario a quello superiore, se non persino a quello universitario – e su tutti i piani – dai fondamenti filosofici e pedagogici del concetto di educazione alle tecniche e agli strumenti necessari a migliorare la didattica. Un simile ripensamento si deve sviluppare attraverso l’incontro tra gli interessi dei comuni cittadini e la competenza degli esperti: gli insegnanti, i docenti, e soprattutto i ricercatori del settore. Solo dal dialogo tra la scienza e la società civile, all’interno di un tavolo di lavoro, di una commissione di ricerca e di ideazione delle nuove politiche scolastiche, può nascere una visione realmente completa per una nuova scuola italiana.

Contatti (per condividere idee, critiche e proposte):

unaltrascuola20@gmail.com

Articoli precedenti nella stessa rubrica:

#1 Perché abbiamo bisogno di una rivoluzione della scuola

#2 La scuola serve ancora a qualcosa?

#3 Dobbiamo studiare meno, per studiare meglio?

#4 Dalle parole ai fatti: Scuole Aperte ed altre proposte

#5 Gli insegnanti di cui abbiamo bisogno

#6 Un nuovo approccio alle materie: cosa togliere, aggiungere o capovolgere

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