Sarkozy esce dal carcere, Berlusconi se la ride
Nicolas Sarkozy è stato in carcere per 20 giorni. I detenuti della struttura La Santé di Parigi hanno accolto tra loro un inedito compagno: era la prima volta nella storia della Francia che un presidente della Repubblica si trovava in prigione. Sebbene solo per un periodo limitato, il carcere per un capo di stato è un unicum anche rispetto agli altri paesi UE.
Condannato, in primo grado, per associazione a delinquere, si è concesso un ingresso in carcere degno del Sarkò politico: l’entrata trionfale in macchina, una folla di sostenitori, strette di mano a poliziotti e simpatizzanti, e una copia del Conte di Montecristo al seguito. Accompagnato da sua moglie, Carla Bruni, ha dunque riconfermato l’atteggiamento della conferenza stampa concessa dopo la condanna del settembre scorso, quando dichiarò con ironia: “se vogliono assolutamente che io dorma in prigione, dormirò in prigione, ma a testa alta”.
A rimboccargli le coperte è stata la giudice Nathalie Gavarino, presidente del Tribunale di Parigi, disponendo condanna ed “esecuzione provvisoria” della pena detentiva. Nelle motivazioni alla sentenza sembra decisiva la considerazione della “gravità eccezionale dei fatti”: secondo i giudici questi sono tali da aver messo in crisi la fiducia dei cittadini verso le istituzioni, considerando che sono stati commessi da un Ministro in carica, per avere un vantaggio nella campagna elettorale per l’ufficio massimo della République.
I legali dell’ancien président si sono attivati immediatamente, impugnando la sentenza e presentando una istanza di scarcerazione (demande de mise en liberté): mentre la data per il giudizio d’appello è fissata per il marzo 2026, in data odierna la Procura si è espressa sulla scarcerazione, accogliendo la richiesta e concedendo al presidente la libertà vigilata.
Condannati anche Claude Gueant, Brice Hortefeux e Ziad Takieddine, i quali, con ruoli diversi, avrebbero messo in piedi lo schema atto a trattare con la delegazione libica del numero due di Gheddafi.
Il fatto contestato risale al periodo tra il 2005 e il 2007, quando le parti si sarebbero accordate affinché i libici finanziassero la campagna presidenziale di Sarkozy (allora Ministro). In caso di vittoria, il Presidente avrebbe aiutato Gheddafi nel tentativo di riabilitazione della propria immagine internazionale. Le indagini sono partite nel 2014, da un’inchiesta del media investigativo Mediapart.
Raccolte dagli inquirenti e condite da un decennio di istruttoria, le rivelazioni dei giornalisti hanno portato alla formulazione di diverse accuse: corruzione, appropriazione indebita di fondi pubblici, finanziamento illecito della campagna elettorale, e associazione per delinquere. È importante sottolineare come la condanna sia arrivata solamente per quest’ultimo capo d’accusa.
I giudici parigini hanno infatti ritenuto che Sarkozy, pur non partecipando personalmente, abbia permesso ai suoi collaboratori di trattare per raggiungere l’accordo con i libici. Si è inserito quindi nell’ambito di un association des malfaiteurs. Una condotta associativa, la cui gravità e sussistenza prescindono dal compimento degli altri delitti oggetto del piano criminoso, per i quali è stato infatti assolto.
In punta di diritto la condanna pare ineccepibile, ma va notato che i magistrati parigini hanno servito freddo il “piatto forte” preparato dai loro colleghi inquirenti (che non hanno infatti esitato a presentare appello). Senza voler abbozzare una difesa dell’ex presidente francese, affidata già a professionisti più competenti e sicuramente più pagati di chi scrive, non si può limitare il commento alla sola condanna, per quanto grave sia.
Come già detto, tre delle quattro accuse sono cadute: non si è, in sostanza, riusciti a provare che i soldi siano finiti nella campagna elettorale di Sarkozy, né che lui abbia goduto di un arricchimento personale dovuto a tangenti libiche. Insomma, Sarkozy non è stato trovato con le mani nel sacco, in quel sacco pieno di soldi. Peraltro, seguendo le motivazioni dei giudici e volendo essere provocatori, bisognerebbe allora indagare Macron per la nomina di Lecornu come primo ministro, sfiduciato dopo un mese e ostinatamente rinominato per una seconda tranche: un teatrino che sicuramente non ha aumentato la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni.
Non si mette in dubbio la terzietà del giudice parigino, anche perchè le indagini e il dibattimento sono stati seguiti da decine di magistrati e dimostrare un loro pregiudizio politico nei confronti dell’imputato sarebbe impossibile. La questione però si gioca proprio su questo: dopo la condanna di Marine Le Pen, la destra francese ha riscoperto il concetto di magistratura politicizzata (con un trentennio di ritardo rispetto a noialtri, sempre avanti da questo punto di vista), mettendo in dubbio l’indipendenza delle procure da condizionamenti politici e raccogliendo quest’ultima condanna come l’ennesima prova che il potere giudiziario è schierato dall’altra parte. Che piaccia o meno, politicamente questo paga: i nostri trascorsi berlusconiani ne sono la prova.
Con ciò non si vuole sostenere che i politici siano perseguitati da procure eversive o che debbano essere addirittura intoccabili. Si andrebbe contro l’essenza stessa del concetto di stato di diritto: La loi est la même pour tous. Piuttosto, si vuole mettere in luce il rischio che le sentenze e i procedimenti che li riguardano possano essere facilmente strumentalizzati.
A conferma di questo, si veda come questa notizia della condanna è stata recepita in Italia: reazioni diversissime a seconda del giornalista o della testata consultata. Si passa da un editoriale di Cerasa, del Foglio, titolato “La carognata di spedire in carcere Sarkozy“, a uno di Travaglio, sul Fatto Quotidiano, che critica l’incoerenza di chi scrive sulla questione riabilitando Sarkozy e manifestando, al contempo, per il giornalismo d’inchiesta. Chiaro che agli editori sia interessata la vicenda solamente in virtù di questioni interne.
Compiendo lo stesso peccato di Cerasa e Travaglio, notiamo un fatto al di quà delle Alpi: il tempismo comico con cui la Cassazione ha emesso la sentenza relativa ai legami economici tra Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, assolutoria per alcuni, d’importanza circostanziata per altri. Sarkozy e Berlusconi, entrambi capaci di esercitare un grande fascino per i magistrati dei rispettivi paesi, si erano fortemente scontrati proprio sulla questione libica. Questa, poi risoltasi a sfavore degli interessi italiani, fu considerata una spallata da parte francese alle posizioni italiane, in particolare energetiche, in Nord Africa. Sentenza per sentenza, sembra che stavolta a spuntarla sia stato però Berlusconi, il quale in carcere, a differenza di Sarkozy, non c’è mai finito.
Ovviamente la sentenza non riscrive le altre vicissitudini processuali del cavaliere, ma è stata percepita da giornali d’area e attivisti come una rivalsa, dopo anni di accuse che questa dimostrerebbe infondate. Insomma, quando c’è un politico di mezzo, le sentenze e l’operato della magistratura perdono quell’aura di terzietà e giustizia che le contraddistingue. Vengono recepite dalla stampa e l’opinione pubblica alla stregua dei messaggi contenuti nei biscotti della fortuna: con la mente annebbiata dall’abbuffata di sushi, vengono usate solamente per confermare le nostre convinzioni o appartenenze politiche. Di questo bisogna, purtroppo prendere atto, ma, visto che il gioco sembra questo, i giudici devono imparare a giocare. Non possono prestare il fianco alla strumentalizzazione con sentenze deboli o condanne opinabili, devono agire con ancora più rigore nel condannare un politico, anche nel rispetto del mandato che questi ha ricevuto dai cittadini.
