Il rigetto contemporaneo della dimensione poetica
L’altra sera ero al cinema per la proiezione di Before Sunrise (film del 1995 diretto da Richard Linklater). Avevo già visto la pellicola, ma riguardandola mi sono accorta di aver tralasciato alcuni aspetti, quasi vitali, che mi hanno spinta alla seguente indagine.
I protagonisti, Céline e Jesse, eccedono di interiorità; per questo i loro dialoghi sono sequenze di riflessioni poetiche (nel senso stretto ed esistenziale del termine) e, più guardavo il film, più realizzavo che quei discorsi, seppur talvolta iperbolici (e necessariamente costruiti), nascevano da un bisogno, da un’urgenza di parlare e, soprattutto, di esistere. Un’indispensabilità che, purtroppo, oggi sembra ormai scomparsa. Perché l’essere umano nella società odierna rigetta l’impulso poetico?
Il fulcro teorico di questa ricerca risiederà principalmente nel pensiero di Friedrich Hölderlin e Paul Valéry, personalità che ritengo cardinali per le dispute sull’essenza della poesia, poiché sono coloro che, con i loro assiomi, teoremi e postulati, riescono clamorosamente a rendere la poesia una vera e propria condizione ontologica.
Friedrich Hölderlin, in scritti come Fondamento dell’Empedocle (1799; in lingua originale Grund zum Empedokles) e Sul procedimento dello spirito poetico (1800 circa; in lingua originale Über die Verfahrungsweise des poetischen Geistes), redige alcuni frammenti in cui conferisce alla poesia una dignità sublime.
Per il lirico tedesco, infatti, la poesia non è un ritrito esercizio di linguaggio, non è solo una questione estetica, bensì è il «fondamento che regge la storia», poiché «nulla potrebbe essere compreso e vissuto se non riuscissimo a trasferire il nostro animo, la nostra esperienza, in una materia estranea e affine». Anche María Zambrano, in Pensamiento y poesía en la vida española (1939), afferma, in modo lapidario, che «la poesia unita alla realtà è la storia».
La poesia è, per così dire, l’elemento romantico preponderante, poiché è ciò che permette all’Uno di ricongiungersi all’Universale, al Finito all’Infinito. Hölderlin, a questi lineamenti essenziali, aggiunge un ulteriore concetto (illustrato in altri epigrammi), affermando che l’uomo abita poeticamente su questa terra: proprio per questo, l’assenza di poesia comporta inevitabilmente una traslazione dall’esistenza alla mera sopravvivenza biologica o tecnica. In definitiva, per Hölderlin la poesia è necessaria perché è l’imprescindibile condizione capace di istituire l’Essere.
Se Hölderlin vede nella poesia il fondamento dell’Essere, Paul Valéry ne vede l’architettura suprema. Per Valéry, dunque, la poesia è una costruzione consapevole, risultato di un rigoroso lavoro sulla materia del linguaggio; proprio per questo lo scrittore è ossessionato dal problema della forma e dall’estetica del Verbo («la poesia è tensione verso l’esattezza»). In questo panorama, la tecnica diventa una condizione necessaria, funzionale alla creazione della poesia.
Una delle eccezionali prospettive di Valéry è la visione della poesia come risorsa per riordinare l’essere in profondità, che per lo scrittore francese significa strappare l’essere al caos del quotidiano per inserirlo in un ordine superiore, mediante l’uso di sillabe ordinate con perizia.
Ma se la poesia è base e struttura dell’esistenza autentica, perché la società odierna si ostina a rigettarla? In realtà, già Valéry stesso trovò alcune risposte alla questione, facendo riferimento al degrado del linguaggio (non ci sono più parole fatte per la poesia), all’indebolimento del bisogno e della potenza del bello (disincanto collettivo), all’impazienza di chi scrive (la poesia è un esercizio cognitivo che esige tempo e attenzione, caratteristiche divorate dalla frenesia della modernità) e, soprattutto, all’indolenza. Mi soffermerò su quest’ultimo punto, perché ritengo che sia il fulcro della questione.
Il vocabolo “poesia” prende la sua etimologia dal termine greco poiesis, che indica l’atto del progettare, tirar fuori, creare dal nulla: designa, insomma, il processo creativo. E in un mondo dove tutto ci è dovuto e dove abbiamo ogni cosa a portata di “click”, la produzione creativa viene vista come un ostacolo tra il desiderio e il suo soddisfacimento potenzialmente immediato.
L’uomo contemporaneo, dunque, è galeotto di una tecnica che permette di eliminare ogni sforzo, arrivando però anche a cancellare la capacità umana di “abitare” — intesa nell’abitare poeticamente hölderliniano — causando disagio, malessere e un senso di incompiutezza. Perciò la società contemporanea può anche rifiutare la poesia, ma non può eliminare il vuoto che la sua assenza lascia nel linguaggio e nell’anima.
Così, l’inusuale approccio di Jesse e Céline diventa un modello ispirazionale, perché i due ci ricordano che abitare poeticamente il mondo significa accettarne anche il rischio della profondità, l’importanza della forma verbale e la fatica del logos: questi personaggi diventano l’occasione per ricominciare ad esistere ad alta voce e ripensare a come vogliamo abitare il mondo.
